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lug 29

Sigur Ròs @ Ferrara Sotto le Stelle

Ci ho messo tre giorni per ribeccarmi dall’afa che ha assalito piazza Castello venerdì 26 luglio, quando quasi 5000 persone hanno assistito allo spettacolo dei Sigur Ròs come chiusura del festival Ferrara Sotto le Stelle. Perchè di vero e proprio spettacolo si è trattato, e di trionfo anche per questa edizione del festival: si parla di più di 16000 presenze solo con le date di The Fun, Arctic Monkeys e Sigur Ròs, in particolare le ultime due sold out mesi prima della data (senza dimenticare le due date nel cortile del Castello per The Black Angels e Vaccines, e in teatro i Baustelle con orchestra). Una conferma per l’organizzazione, e un mettetevelo-in-quel-posto a chi sosteneva che riproporre gruppi che erano già venuti nelle passate edizioni non sarebbe stato proficuo. Tiè. E i Sigur Ròs come epilogo, che magnifica chiusura, che finale perfetto, che magnificenza. Perchè loro in un certo senso o li ami o li schifi, ma di fronte ad un loro live, obiettivamente non si può non inneggiare al puro spettacolo.

Panoramica del palco con lucettine

Arrivo verso le 20:45 di fronte al Savonarola, dove c’è l’ingresso a piazza Castello, a sto giro in dolce compagnia, e mi accoglie una coda di persone ordinata, scorrevole e non troppo lunga; alcuni bagarini poco rumorosi (sembra quasi che pure questi individui si adeguino allo stile del gruppo che suonerà) gironzolano per comprare\vendere biglietti, si saluta un po’ di persone in coda, se ne notano come sempre tante con le t-shirt di altri gruppi (anche death-metal in questo caso), si tolgono i tappi alle bottigliette d’acqua e si entra. La mia prima impressione è che ci sia già molta più gente rispetto alla data precedente del festival, quella con gli Arctic Monkeys: lo riconosco dal fatto che si fa molta più fatica a raggiungere quella parte più alta della piazza che ti permette di vedere un po’ meglio, e dalla coda di persone che rimane in attesa per accedere a quei pochi wc chimici allestiti. Dopo aver comprato, bevuto e sudato una birretta il tutto nel giro di tre minuti, mi faccio spazio per raggiungere un punto con un pò di visibilità ma soprattutto vivibile, e nel frattempo mi accorgo che hanno pure recintato la parte confinante al muretto del fossato del Castello Estense, probabilmente per evitare che la gente ci si sieda sopra come sempre; ovviamente dopo cinque minuti questa specie di corridoio era già invaso dalla moltitudine di persone che ha popolato la piazza. Dopo circa mezzora di loop di due note di tappeti elettronici di sottofondo, si spengono le luci del palco e salgono tutti gli elementi che compongono questo gruppone: il palco è quindi molto pieno, di strumenti, di strumentisti, di lanterne elettriche sparse, e sovrastato da un ledwall che subito catalizza l’attenzione del pubblico già dai primi brani (ah, ovviamente anche in questo caso non scriverò la scaletta, e non citerò nemmeno tanti titoli dei brani, che io mica lo conosco l’islandese). Si crea subito un alone di magia, sia con i brani del loro ultimo album, sia con i lavori del passato conosciuti ai più. Di fianco a noi, pubblico straniero, probabilmente del nord Europa, se le canticchia con padronanza, e si lascia andare a danze quasi tribali; altri invece si lasciano andare e basta, svenendo a causa di afa, umidità, caldo, troppa gente, e probabilmente qualche sostanza stupefacente (solo nella nostra zona abbiamo contato tre svenimenti durante tutto il concerto: un piccolo plauso ai ragazzi del soccorso, bene o male sempre pronti e all’erta per aiutare chi si è sentito male).

è l'archetto che suona la chitarra o la chitarra che suona l'archetto?

Il susseguirsi dei brani è ben equilibrato, ci sono i momenti più delicati e poetici seguiti da quei brani in puro crescendo che spiazzano l’ascoltatore, che lo prendono per mano e lo accompagnano in un viaggio che inizia in maniera soave e finisce in un turbine caotico di suoni: tutta la band è perfetta, il suono che ne esce è pulito quando deve essere pulito, e sporco nei momenti più sperimentali. Le atmosfere dei brani si mescolano alle immagini del ledwall, incrementandone la poesia unitamente ad un gioco di luci che sfiora in alcuni punti il tridimensionale, uscendo dal palco e supportando uno spettacolo a trecentosessanta gradi. Ma è la musica la ovvia protagonista: la voce di Jònsi è sempre in primo piano, di una soavità incredibile, meraviglia per l’udito anche quando tiene quell’acuto per un tempo smisurato che non si capisce se è supportato dalla tecnologia o se è tutto naturale (e quel respiro finale che chiude l’acuto fa capire che è naturale); la apprezziamo tanto noi italiani, che già facciamo fatica a capire i testi in inglese, figuriamoci quelli in islandese, e per noi quella voce diventa strumento musicale perfettamente amalgamato nel contesto degli altri. Jònsi risulta quindi il protagonista, con quella sua chitarra suonata con archetto, che per alcuni momenti di un brano è una chitarra che diventa anche microfono per effettare la sua stessa voce; ma il supporto di tutta la band è fondamentale per creare quella magia, che si basa su una struttura dei brani in continuo crescendo, che accompagna veramente l’ascoltatore in una specie di estasi: la testimonianza la si ha con l’ultimo brano prima dell’encore, infinita ciclicità in eterna salita manifestata anche grazie ad immagini in presa diretta del gruppo mentre suona, ed anche con la chiusura finale, una decina di minuti di attesa in evoluzione fino all’esplosione che sigilla una performance fenomenale. Il pubblico è partecipe, si lascia cullare per tutto il concerto dalla sinergia che gli undici creano sul palco, la cornice di piazza Castello dona anche quel misticismo ulteriore penalizzato solo dalla cappa di umidità; ad un certo punto volano dozzine di palloncini bianchi che sembrano essere proprio un’iniziativa del pubblico, come quello scoppiettio di stelle filanti sotto al palco durante l’inchino e il saluto della band.

corde d'archetto, corde di chitarra, corde vocali

Un applauso lunghissimo li accompagna giù dal palco, lo stesso lunghissimo applauso che bisogna fare a chi ha organizzato questo festival, a chi ha creduto che in un periodo di crisi come questo, fosse necessario continuare a fare sforzi per mettere in piedi una via di fuga per non pensare a tutto lo schifo che ci sta attorno, per abbandonarsi un attimo, per vedere una città piena di turismo (si, avete letto bene) e di gente che ama la musica, per vedere ancora un bagliore di fermento culturale ottenuto con una scelta artistica di tutto rispetto e che, a conti fatti, ha davvero dato ottimi risultati. Un ringraziamento speciale a Bobo Roversi che mi ha permesso di assistere alla gran parte dei concerti, ma soprattutto per l’umanità che ci mette nel perpetuare questa manifestazione che da anni è fiore all’occhiello della città estense, e non solo. E come sempre, un grazie a Sara Tosi per la gentile concessione del materiale fotografico.

Ci si rivede il prossimo anno, ne siamo sicuri.

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