giu 26

Alfredo Rodriguez – Tocororo

51WpVHfoURLIl pianista cubano Alfredo Rodriguez per questo nuovo album ha lavorato ancora insieme a Quincy Jones, leggendario produttore di famose incisioni del jazz e del pop, fra i tanti artisti con cui ha collaborato sono da citare Frank Sinatra, Ray Charles, Ella Fitzgerald, Michael Jackson, Donna Summer. Il trasferimento di Rodriguez negli Stati Uniti lo ha aiutato ad avere una prospettiva a 360 gradi su quella che è la globalità della musica contemporanea, infatti su questo album emerge tutta la sua cultura musicale, non soltanto la musica della sua patria, ma anche Bach, il flamenco, il tango, l’Africa, il jazz. Con lui, come vedremo, ospiti di portata internazionale. Chan Chan è un brano di Compay Segundo diventato famoso nell’esecuzione dei Buena Vista Social Club. Rodriguez ne dà una breve versione insieme alla sua band, Reinier Elizarde al contrabbasso, Michael Olivera alla batteria e Ariel Bringuez al clarinetto, un minimalismo che con pochi mezzi mette in evidenza la bellezza della melodia. Yemayá è eseguito insieme al duo vocale franco-cubano Ibeyi, sono intensi momenti al pianoforte ed atmosfere che sembrano arrivare dagli album passati di Pat Metheny. Insieme al bassista elettrico camerunense Richard Bona su Raices (Roots) emergono le radici africane, un brano dall’ipnotica bellezza. Gitanerias è ispirato dal flamenco, alla voce c’è Antonio Lizana, la musica spagnola ed il pianoforte di Rodriguez si fondono insieme, un jazz flamenco fuori dall’ordinario. Tocororo che dà il titolo all’album è nella mitologia cubana un uccello che intristisce se messo in gabbia, l’ospite questa volta è la cantante indiana Ganavya. Il viaggio introno al mondo continua con Venga La Esperanza, l’ospite è qui il trombettista franco libanese Ibrahim Maalouf, un brano dalle atmosfere sognanti. Richard Bona ritorna su Ay, Mamá Inés, presentato ancora alla fine dell’album in versione remix. Sabanas Blancas è un hit cubano che risale al 1990, cantato dal duo Ibeyi diventa un omaggio a Cuba ed alla sua capitale.
Jesu, Joy of Man’s Desiring presenta in trio una fuga alla Bach insieme ad alementi del jazz. Kaleidoscope è con Ibrahim Maalouf e Ganaya, atmosfere che fanno onore al titolo. Adíos Nonino è una famosa composizione di Astor Piazzolla in cui il leader oltre che al piano si esibisce anche alla melodica, qui viene fuori la malinconia del tango insieme all’originalità dell’arrangiamento. Nell’insieme si tratta di un album prodotto con molta cura, ma in cui non viene meno la sincerità degli artisti.

Genere: jazz world
Label: Mack Avenue Records
Anno 2016

Tracklist

01. Chan Chan
02. Yemayá
03. Raices (Roots)
04. Gitanerias
05. Tocororo
06. Venga La Esperanza
07. Ay, Mamá Inés
08. Sabanas Blancas
09. Jesu, Joy of Man’s Desiring
10. Kaleidoscope
11. Adíos Nonino
12. Meteorite
13. Ay, Mamá ines Remix

giu 19

Raoul Bjorkenheim eCsTaSy – Out of the Blue

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Raoul Bjorkenheim è noto per avere suonato nell’arco di una carriera trentennale con tante delle stelle del jazz, americani come Anthony Braxton, o connazionali, come il compianto batterista finlandese Edward Vesala. Tuttavia ha sempre avuto voglia di costruire una band propria, compatta, un’unità coesa che si imponga in quanto tale e con la quale lavorare su un progetto di lunga portata. Ecco quindi questo nuovo quartetto, arrivato al secondo album e formato da Pauli Lyytinen per lo più ai sax tenore e soprano, Jori Huhtala al contrabbasso e Markku Ounaskari alla batteria. Insieme esplorano a modo loro la musica contemporanea, il jazz rock più aggressivo (basti ascoltare l’asssolo del leader su Quintrille) insieme a sviluppi più free o a contaminazioni con musiche etniche. A Fly in the House of Love rammenta nel titolo un famoso romanzo di Anaïs Nin, ma qui la musica ha tutta un’altra direzione rispetto all’esplicito erotismo della scrittrice americana. La chitarra preparata del leader suona come i gamelan indonesiani, Pauli Lyytinen suona invece la zurna, strumento a doppia ancia della tradizione orientale e balcanica. Ne spuntano atmosfere sospese, cariche di fascino e di mistero. Con Uptown si ritorna al jazz rock di prima, l’assolo prepotente del leader e la ritmica compatta insieme hanno un effetto energizzante, nella seconda parte del brano arriva l’assolo del sax tenore, nel complesso un bel brano che può essere utilizzato come sveglia mattutina! Più astratto il breve You Never Know, massiccio invece OLJ, Lyytinen è al sax basso, il leader ovviamente elettrizza l’atmosfera, sarebbe una bella colonna sonora per un film di fantascienza, chissà che qualche registra non mostri un poco di coraggio! Roller Coaster parte con l’assolo al contrabbasso, dopo arriva il sax soprano a fare una bella figura, la chitarra elettrica come sempre spinge l’esecuzione verso nuovi confini. Il brano finale Zebra Dreams è piuttosto ambizioso, il leader echeggia una kalimba africana ed i relativi paesaggi del continente nero, poi la chitarra trova dei momenti affascinanti insieme ai sassofoni, prima il basso e poi il soprano. Gran bell’album di una band che cerca e realizza nuove idee.

Genere: jazz rock
Label: Cuneiform Records
Anno 2016

Tracklist

01. Heads & Tales
02. Quintrille
03. A Fly in the House of Love
04. Uptown
05. You Never Know
06. OLJ
07. Roller Coaster
08. Zebra Dreams

giu 18

Astro Festival @ Ferrara Sotto le Stelle – Ferrara 14/06/16

Populous - Foto di Sara Tosi

Populous – Foto di Sara Tosi

Inizia con un gran botto questa edizione di Ferrara Sotto le Stelle, che negli anni ci ha abituato a piccoli “minifestival nel macrofestival” (Bands Apart, La Tempesta Sotto le Stelle); il 2016 si apre con Astro, grazie alla collaborazione con roBot e Dna Dance Department, il meglio della musica elettronica sbarca a Ferrara.
Un pò in ritardo sulla tabella di marcia, arrivo nella ormai tradizionale cornice di piazza Castello, solo un bagarino che mi propone compravendita, alcuni crocchi di giovani si appropinquano all’ingresso, altri visto l’orario si nutrono nel tradizionale bar adiacente. Saluti occasionali, due chiacchere sui massimi sistemi, ritiro dell’accredito (e che bello quando l’addetta dopo anni si ricorda il mio cognome senza che io le dica niente!) e mi fiondo all’interno della piazza, ancora vuota perchè i primi artisti si esibiscono all’interno del cortile del Castello Estense.

Jolly Mare - foto di Sara Tosi

Jolly Mare – foto di Sara Tosi

Ad aprire la rassegna è il djset di Populous, artista che negli ultimi anni si è fatto strada nel panorama elettronico della penisola, e che già avevo avuto modo di sentire nella dimensione live proprio a Ferrara in un paio di occasioni; il suo djset si divincola tra cumbie elettroniche, ritmi caraibici, e ovviamente suoi brani (a chiudere proprio Quad Boogie con il featuring di Digi G’Alessio). La gioventù accorsa è già in movimento, ed è breve la sosta del cambio palco per allestire il live di Jolly Mare, altro gioiello in continua ascesa del nostro territorio. La sua musica è fresca, perfetta per il tramonto, un mix di eighties in chiave contemporanea; il trio ci regala tre quarti d’ora di prelibatezze che alternano cassa pompata ad assoli di tastiere, vocali sapientemente scratchati e sessioni di batteria trascinanti.

Floating Points - foto di Sara Tosi

Floating Points – foto di Sara Tosi

Sono questi gli ingredienti che contribuiscono a far danzare gli avventori, che cominciano ad aumentare tra le mura del Castello; la piccola folla si sparpaglia poco dopo per assistere al live di Floating Points, sul main stage della più capiente e ciottolosa piazza Castello. La formazione è ormai quella canonica del movimento indielettronico, ovvero batteria, basso, chitarra e tutto il resto (sintetizzatori, tastiere, voci, effetti); sullo sfondo, un telo circolare viene segnato da fasci di luce che creano figure regolari, linee e punti fluttuanti (non a caso), quasi come fosse uno spirografo laser, ipnotico per me e a guardarmi attorno, anche per gran parte di chi mi circonda. Mi era capitato di sentire alcuni lavori di Floating Points, senza riporgli però troppa attenzione, ma di fronte a questa performance live mi sembra di assistere ad un concerto dei Pink Floyd del futuro (tra l’altro, le iniziali dei due gruppi sono le stesse, ma invertite; coincidenze?): la struttura dei brani è un continuo crescendo, esplosioni di suoni che deflagrano addosso al pubblico che in alcune occasioni si muove e accenna ad ondeggiamenti a tempo, altre volte non sa come muoversi perchè non capisce che tempo stiano seguendo i brani. Sicuramente un concerto difficile quello del giovane Sam Shepherd (che scopro da wikipedia, essere pure un neuroscienziato… ed allora mi spiego tante cose sulla sua musica), non da tutti, ma perfettamente incastrato lungo il filo conduttore di questo festival.

Junior Boys - foto di Sara Tosi

Junior Boys – foto di Sara Tosi

Ci si risposta poi tutti di nuovo nel cortile del Castello (o meglio, non proprio tutti perchè la gente è aumentata, e la capienza è limitata) per assistere al live di Junior Boys, dove la dimensione ridotta della venue rende molto piacevole l’esperienza. Suono perfetto e ben pompato, groove elettronici che fanno muovere parecchio (soprattutto il brano a chiusura del live, del quale non ho purtroppo la competenza necessaria per citarne il titolo, e shazammare mi pareva proprio brutto), voce pulita di Sam, niente fronzoli, sound morbido e tarato al punto giusto da far ballare, canticchiare, senza eccedere mai. Ed è proprio questo “giusto mezzo” che non mi ha mai fatto sbilanciare su questo progetto (sarà che sono musicalmente più estremista), ma devo dire che nella formula dal vivo riescono personalmente a regalarmi qualche emozione in più rispetto ai loro dischi.

Caribou - foto di Sara Tosi

Caribou – foto di Sara Tosi

Abbastanza puntuali sulla tabella di marcia, di nuovo tutti fuori dal Castello per assistere al main act di Caribou; sul palco già tutto allestito, la band (sempre nella forma canonica, ma a questo giro raggruppata in spazi ristretti) inizia alla grande e coinvolge subito l’ormai numeroso pubblico accorso. Un intoppo ad un computer che viene sostituito subito dopo il brano di apertura, frena un po’ l’hype e forse genera anche qualche scontento nei componenti della band, che proseguono a volte un po’ incerti, come quando li sentii all’Estragon a Bologna qualche tempo fa, ma come in quel caso, è proprio l’errore e la “sporcizia”, l’imprecisione e l’imperfezione della dimensione live che mi affascina. Daniel è contento, si muove sorridente tra un brano e l’altro, saluta ed è felice di poter suonare al cospetto del Castello Estense, ed in effetti, non per essere di parte, ma la cornice di Ferrara Sotto le Stelle rimane davvero unica sia per gli artisti che per gli spettatori.

Four Tet - foto di Sara Tosi

Four Tet – foto di Sara Tosi

Si crea un divenire di magia, il concerto è un crescendo che dalle piccole imperfezioni inizia a tendere verso la massima precisione: la testimonianza arriva con la combo finale degli ultimi tre brani (Odessa, Can’t Do Without You, Sun) che probabilmente valgono l’intera cifra del biglietto. E’ giunta mezzanotte, come cantava Modugno, ma la gente è ancora presa benissimo e attende il djset di Four Tet; la cosa incredibile è che sono gli stessi componenti della band di Caribou (Daniel compreso), a smontare gli strumenti e a liberare il palco per far posto alla console di Kieran, che nel frattempo ne approfitta per smangiucchiare un tramezzino mentre chiacchera a lato palco con Sam: tutto questo è magnifico, e fa trasparire la grande umiltà di questi artisti, al punto che durante il djset, alcuni amici incontrati sul finale mi mostrano il selfie insieme appunto a Caribou e Four Tet, che precedentemente si aggiravano tra il pubblico durante il live di Floating Points. Il djset di chiusura è il giusto epilogo ad una serata memorabile: ritmiche in quattro quarti e giri ipnotici di synth si protraggono fino a tarda notte e quella che è quotidianamente la piazza ciottolosa ora è un grande dancefloor. Un “festival nel festival” che non delude le aspettative, che getta le basi per osare di più in una prossima eventuale futura edizione, ma che sicuramente è la giusta apertura di questa edizione di Ferrara Sotto le Stelle.

 

Grazie a Sara Tosi per le foto

giu 18

Lou Caputo Not So Big Band – Uh Oh!

unOh_5001In Europa è piuttosto complicato mettere insieme una big band di jazz per tanti motivi, non ultimi le spese e le possibilità di esibizione. In USA l’interesse del pubblico permette a qusto tipo di formazioni di avere una maggiore visibilità anche presso i media o le radio che trasmettono dei loro concerti live. La Not So Big Band di Lou Caputo è un ottimo esempio di mainstream jazz realizzato con molta cura negli arrangiamenti. Il leader è un sassofonsita baritono (ma anche al sax alto, soprano e flauto) che da anni suona in giro per quello che è lo show business americano. Ma poi la passione per il jazz lo ha riportato di nuovo ad esibirsi in questo genere e questa big band, arrivata qui alla terza incisione, è di quelle che ha ormai conquistato l’attenzione internazionale per la bellezza del suono che propone, riconoscibili come gruppo durante le loro esecuzioni. La musica che ci propongono è un mainstream con colori latini, le composizioni sono per lo più di nomi famosi insieme a Los Cielos de Ayer del trombonista della band Jason Ingram e News from Blueport del contrabbassista Bill Crow. Durante i settantacinque minuti ascoltiamo il leader ai suoi ispirati assoli al sax baritono insieme agli altri, tutti musicisti dalla lunga esperienza come la sassofonista tenore Virginia Mayhew, oppure Warren Smith al vibrafono ed alle percussioni, uno che in pratica ha suonato con tutti, dal pop al jazz all’avanguardia. If You Could See Me Now è un classico di Tadd Dameron in cui il leader prende un lungo assolo al sax baritono, seguito dal pianoforte di Don Stein. Un momento molto “soft” prima di Fried Bananas di Dexter Gordon, un altro classico del bop. Qui gli assoli sono ancora di Stein al pianoforte, elegantissimo, di Caputo al sax soprano e della Mayhew al sax tenore. Non mancano autori più moderni, Wayne Shorter per Black Nile che apre l’album, oppure Chick Corea con Guijira. Un altra esecuzione splendida è quella di Stolen Moments di Oliver Nelson, un famoso standard cui si apporta nuova linfa con gli assoli del leader al sax soprano, Warren Smith al vibrafono, John Eckert alla tromba e Dale Turk alla tuba. L’album si chiude con Busy Bust Busy di Mary Lou Williams, ritmi infuocati e il leader velocissimo sul suo sax baritono. I musicisti della big band, oltre a quelli citati, sono: Geoffry Burke al sax, Dave Smith alla tromba, Joel Perry alla chitarra, Mike Campenni su sette dei brani e Rudy Petschauer nelle restanti cinque alla batteria, Eddie Montalvo alle conga e Leopoldo Fleming percussioni.

Genere: big band
Label: JazzCat 47 Record
Anno 2016

Tracklist
01. Black Nile
02. Los Cielos de Ayer
03. Uh Oh!
04. Midnight in Berlin
05. Festival
06. Stolen Moments
07. News from Blueport
08. Guijira
09. Ape and Essence
10. If You Could See Me Now
11. Fried Bananas
12. Busy Bust Busy

giu 15

Empirical – Connection

a1280490787_16Per il quinto album la band londinese Empirical è approdata in USA presso la Cuneiform, una casa discografica attenta agli sviluppi delle nuove correnti nel jazz e nel rock contemporaneo. L’esordio è stato nel 2007, dopo sono seguiti diversi premi e una naturale evoluzione che li ha portati a questo album, perfettamente costruito in studio che mette insieme in modo coerente le caratteristiche che hanno mostrato in questi anni. I quattro sono Nathaniel Facey al sax alto, Lewis Wright al vibrafono, Tom Farmer al contrabbasso e Shaney Forbes alla batteria. Negli album precedenti c’erano degli ospiti, pianoforte, clarinetto basso, un quartetto d’archi. Ma questa volta si è scelto di fare tutto da soli per mettere in evidenza quello che è il concetto centrale della band, le loro idee compositive ed esecutive. Si parte dalla New Thing degli anni ’60 e dalle innovazioni di quegli anni, fra l’altro i quattro hanno già sviluppato arrangiamenti dedicati alla musica di Eric Dolphy ed al suo Out to Luch. Sono lì le radici della band, nella musica di musicisti come Dolphy, Jackie McLean, Bobby Hutcherson. Lo si ascolta subito con Initiate the Initiations, un brano dai ritmi contorti, in cui il tagliente sax alto di Facey dà un’impronta precisa. Sul seguente Anxiety Society la musica procede sulla stessa direzione, fra assoli molto espressivi del sassofonista ed la liquidità del vibrafonista, autore di un pregevole assolo accompagnato da una ritmica pungente e puntuale, ispirato dalla modalità così come Hutcherson, uno dei maestri dello strumento. Bello anche il tema, scritto dal contrabbassista Tom Farmer. Più rilassato è Stay the Course, affrontato tuttavia con le procedure viste fin qua, assoli ricchi di spigolosità del sassofonista, l’empatia del vibrafonista e la perfezione di una ritmica che mette sempre gli accenti giusti al posto giusto. Si nota qui come i quattro siano oltre a splendidi improvvisatori anche dei perfezionisti per quanto riguarda le composizioni e gli arrangiamenti. Lethe si presenta con una tranqullità seducente, The Maze, che tradotto significa il labirinto, è un altro brano sorprendente per come è costruito, che va in diverse direzioni prima della sorpresa finale. I quattro firmano un’opera importante sia dal punto di vista delle idee, e cioè di andare a riesplorare la musica dei pionieri degli anni ’60, sia per la compattezza ed empatia che hanno raggiunto come gruppo. Un album da non perdere.

Genere: avanguardia jazz
Label: Cuneiform Records
Anno 2016

Tracklist

01. Initiate the Initiations
02. Anxiety Society
03. Stay the Course
04. Driving Force
05. Lethe
06. The Maze
07. Card Clash
08. The Two-Edged Sword
09. Mind Over Mayhem
10. It’s Out of Your Hands
11. Fluid Flow [Digital Bonus Track]

giu 13

Antonio Amato Ensemble – Speranze

210 Fra i rappresentanti della musica del Salento, noto anche a livello internazionale, c’è il gruppo Antonio Amato Ensemble. Insieme al leader cantante, tamburello e chitarra ci sono Valerio Rizzello pianoforte e tastiere, Antonio Marra batteria, percussioni, Palmiro Durante chitarra, Armando Ciardo violino, Luigi Baldassarre basso elettrico, l’ospite speciale è Andrea Sababtino alal tromba su lu Bene Mio e al flicorno su La Danza Te Le Sierpi. La caratteristica di questa musica è la sua ecletticità il prendere dalla tradizione, i testi, gli strumenti, ma il saperli assemblare proponendo qualcosa di nuobo. Le strumentazioni elettriche rendono la musica moderna, tanto da lasciare una buona impressione anche a Phil Manzanera, storico chitarrista dei Roxy Music. È così che gli strumenti acquistano una dimensione importante, oltre i testi, alcuni tradizionali, altri scritti da autori più recenti, come La Malarazza, brano scritto da Domenico Modugno. La tromba di Sabatino porta accenti nuovi, qualcosa che ha le sue radici nella musica di Miles Davis o quella più moderna di Nils Petter Molvaer. Ovunque troviamo un uso colto degli strumenti, una conoscenza profonda di quelle che sono le tendenze contemporanee, così da allontarsi da quelli che sono le sonorità più tradizionali della musica folk. Ne spunta un lavoro che convince, ascoltabile da tutti, perfettamente integrato nella globalizzazione contemporanea, fra suoni popolari e musica urbana.

Genere: folk
Label: Dodicilune
Anno 2016

Tracklist

01. Speranze
02. Comu ‘Nu Figliu
03. La Malanotte
04. Lu Bene Mio
05. Lu Sapientune
06. Prumisa D’amore
07. La Malarazza
08. La Danza Te Le Sierpi
09. La Storia
10. La Tabaccara
11. Vorrei Volare

giu 12

Matt Lavelle’s 12 Houses – Solidarity

9201674_origIl gruppo 12 Houses guidato e diretto da circa dieci anni da Matt Lavelle nelle vesti di conduttore, ma suona anche la cornetta, il flicorno ed il clarinetto alto. Dopo avere studiato con Ornette Coleman è diventato uno che pratica il concetto armolodico ideato dal grande sassofonista contralto afroamericano. In questo disco incide insieme a quindici musicisti, fra loro Claire de Brunner al fagotto, Laura Ortman al violino e Gil Selinger al violoncello, coinvolgendo cosí anche musicisti con un retroterra culturale che viene dalla musica classica ma che ben funziona all’interno delle sue composizioni. C’è una logica precisa fra collettivi free e temi cantabili, una caratteristica che si ascolta fin dal primo brano, Solidarity, con il tema e dopo l’assolo al sax tenore di Ras Moshe al sax tenore, oppure su <i, anche qui collettivi free ed un solista, Charles Waters al sax alto, momenti furenti che vengono dopo un tema piuttosto tranquillo e che ci ricordano altri collettivi che hanno fatto questa musica come la Globe Unity Orchestra. Su Knee Braces ci sono lunghi momenti dedicati agli archi con assoli molto poetici ed il collettivo ben sintonizzato su questo tipo di musica. È un momento fuori da quello che si era ascoltato precedentemente, comunque legato all’estetica del leader. Su Cherry Swing Lavelle si prende un lungo momento in trio insieme al contrabbasso ed alla batteria, poi interviene il collettivo ed ancora la sua cornetta, proprio in forma, il lungo brano si chiude con l’assolo di Jack De Salvo al banjo. Moonflower Interlude è un brano eseguito in solo dal sax baritono di Tim Stocker, dopo segue Faith, qui apre il pianoforte in modo tranquillo, cui si aggiunge la band e le voci, ancora il pianoforte in trio e dopo un ritmo battuto con le mani come nella musica dei pigmei arriva la gioiosa tromba del leader e la band insieme alla voce di Anais Maviel per il tema che chiude l’album. Un lavoro complesso, in cui composizione ed improvvisazione convivono in modo felice. i partecipanti al progetto sono Lee Odom sax soprano clarinetto, Charles Waters sax alto e clarinetto, Ras Moshe sax tenore e soprano e flauto, Tim Stocker sax baritono e clarinetto basso, Mary Cherney flauti, Claire de Brunner fagotto, Laura Ortman violino, Gil Selinger violoncello, Anders Nilsson chitarra, Jack DeSalvo banjo e mandolino, John Pietaro vibrafono e percussioni, François Grillot contrabbasso, Ryan Sawyer batteria e Anaïs Maviel voce.

Genere: avanguardia
Label: Unseen Rain Records
Anno 2016

Tracklist
01. Solidarity
02. Brooklin Mountain
03. Knee Braces
04. Cherry Swing
05. Moonflower Interlude
06. Faith

giu 11

Ivo Perelman – Breaking Point

753Fra il sassofonista tenore brasiliano Ivo Perelman ed il violinista americano Mat Maneri c’è stato sempre un feeling particolare, dovuto anche al suo particolare stile che gli permette di suonare gli acuti come se provenissero da strumenti a corda. Sono così spuntati degli album in duo o in trio, insieme al pianista Matthew Smith, Joe Morris alla chitarra o a Tanya Kalmanovitch alla viola, un’opera visionaria per i suoni che si propongono. Il recente quartetto con una sezione ritmica, insieme a loro ci sono Joe Morris, al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria, è qualcosa non proprio frequente per Perelman, ma come sempre riuscitissimo fin da i primi momenti di Harsh Moon, un brano di free jazz “tradizionale”, se questa parola ha un senso per Perelman. Insieme a Maneri ci sono degli scambi in cui la tensione sale in improvvisazioni collettive ben spalleggiate dalla ritmica. I quattro, come usa fare di solito il sassofonista, sono andati in studio senza alcuna idea discussa in precedenza, in fondo si conoscono e suonano inesieme da tempo, anche se non in questa formazione, ed hanno pubblicato la musica per come la hanno vissura durante la registrazione. Un’improvvisazione totale che dá i suoi frutti, come sempre. Catch 22 è un altro brano dall’energia fuori dal comune, con quei momenti fra viola e sassofono che vanno al di là di qualunque definizione, a creare groppi, vortici di note, fra acuti d’ancia e corde, una tensione che è anche alimentata da Joe Morris, a volte con l’archetto, e Gerald Cleaver sui piatti, un batterista davvero empatico in qualunque situazione si venga trovare. Danca Matters si dipana con lentezza, qui la tensione resta sotto la superficie, ma arriva lo stesso all’ascoltatore, senza ombra di dubbio. Si arriva alla fine del disco per Breaking Point che gli dà il titolo, dopo un’ora di musica ricca di emozioni, espressiva come poche. È venuta fuori una session piuttosto compatta, di una band che agisce quasi in trance con un suono proprio, da vero collettivo, capace di realizzarsi in situazioni estemporanee.

Genere: avanguardia jazz
Label: Leo Records
Anno 2016

Tracklist

01. Harsh Moon
02. Dance Matters
03. Catch 22
04. The Haunted French Horn
05. Sound Healers
06. The Forest of Feet and Bass Drums
07. Breaking Point

giu 10

Jim Self and the Tricky Lix Latin Jazz Band- Yo!

YoNon sono molti quelli che si sono dedicati alla tuba nel jazz mainstream per farne uno strumento solista. Ricordiamo Ray Draper, in incisioni insieme a Max Roach ed ad un giovane John Coltrane. Più recentemente l’americano Jim Self si è dedicato a questo strumento e ne ha ideato un’altro, la fluba, che sembra un flicorno sovradimensionato e che lui suono con agilità insospettata su due brani di questa incisione effettuatta insieme ad una band di musicisti latini. Self nelle note di copertina apprezza Los Angeles come una città multietnica in cui ha finalmente trovato i musicisti giusti capaci di suonare il latin jazz che aveva in mente. Con suoi strumenti dal suono “pastoso” realizza un sound molto particolare ed arricchisce questo genere con nuove sonorità e possibilità espressive. La band è costituita da Francisco Torres al trombone, Ron Blake alla tromba e flicorno, Rob Hardt ai sax tenore e soprano ed al flauto, Andy Langham al pianoforte, Rene Camach al contrabbasso, Joey De Leon ai timbales, batá e shekerere, Giancarlo Anderson alle congas e George Ortiz ai bongos. Self è autore di due brani, Encognito in cui suona la fluba e Yo! che dá il titolo all’album. Nel primo Ron Blake è autore di un assolo alla tromba seguito da quello alla fluba, strumento che si svela insolitamente agile nelle sue mani. Yo! è su un ritmo di cha cha cha, c’é l’assolo alla tuba seguito da quello del pianoforte e dei bongos. È un brano che intende riflettere in modo positivo su ciò che musicalmente Self ha realizzato, questo è fra l’altro il suo tredicesimo disco da solista. Sweetest Blue è un altro brano molto riuscito scritto dal trombonista della band Francisco Torres, ottimo l’assolo di Rob Hardt al sax soprano. Chiude il disco Morning Dog tags, una composizione diventata ormai uno standard del latin jazz, scritta da Clare Fischer su un ritmo di cha cha cha. L’arrangiamento é del pianista Bill Cunliff, con cui Self ha inciso nel passato. Rob hardt al flauto e lo stesso Self alla fluba sono i solisti. Alla fine si ascolta anche il cane Stanley, il basset hound di Jim Self, che così sembra esprimere approvazione per la musica che ha ascoltato! Un disco molto gradevole ed allo stesso molto raffinato.

Genere: mainstream
Label: Basset Hound Records
Anno 2016

Tracklist

01. Cal’s Pals
02. Poinciana
03. For Charlie
04. Encognito
05. Sweetest Blue
06. Quiero Llegar
07. Yo!
08. Old Arrival
09. Morning Dog Tags

giu 09

Peter K. Frey and Daniel Studer – Zurich Concerts 15 Years of Kontrabassduo Studer-Frey

750_751Chi apprezza la musica improvvisata troverà in questo doppio album più di due ore e mezza di musica, realizzata dal duo di conntrabbassisti svizzeri Peter K. Frey e Daniel Studer che da anni si esibiscono come Kontrabassduo Studer-Frey. Gli incontri al Kunstraum Walcheturm a Zurigo sono avvenuti e registrati tra il 2013 ed il 2014 insieme ad altri improvvissatori di quella che è la scena europea. Sono situazioni in cui il duo incontra uno o più musicisti ospiti sul palco, in una situazione senza rete, per dialoghi che durano oltre i venti minuti ciascuno, tranne il finale JC insieme al pianista Jacques Demierre, “soltanto” sette minuti. È uno spazio importante quello che i due musicisti si sono ritagliati a Zurigo, e che ora trova anche la documentazione su CD. Manca la componente visuale che avrebbe procurato un DVD, ma la produzione sarebbe stata troppo dispendiosa. Sul brano che apre il disco c’é il trombone di Giancarlo Schiaffini insieme al clarinetto basso di Hans Koch, il trio si esibisce in due brani con tutti i possibili suoni che i loro strumenti riescono a riprodurre. A seguire il duo con la pianista Magda Mayas, anche qui suoni speciali estratti dall’interno del pianoforte, semplicemente incredibile come sonorità. Il quartetto con Christian Weber al contrabbasso e Jan Schlegel al basso elettrico si esibisce sui toni bassi tirando fuori le possibilità che conosciamo dai quartetti d’archi più moderni. Un’esecuzione in settetto chiude il primo disco, Jacques Demierre, Hans Koch,
Harald Kimmig al violino, Michel Seigner alla chitarra elettrica e Alfred Zimmerlin al violoncello. La musica decolla lentamente, siamo sugli oltre venti minuti di esecuzione, ma funziona lo stesso. Il secondo CD si apre insieme ad uno dei protagonisti mondiali della batteria, l’americano Gerry Hemingway, noto per avere militato nel quartetto di Anthony Braxton. Dopo l’incontro di quasi mezzora con il sassofonista tenore inglese John Butcher, uno che ha portato ancora avanti quello che Evan Parker aveva iniziato sullo strumento. Per finire Jacques Demierre, un brano breve, se confrontato agli altri, di sette minuti. È una musica intensa quella presentata sul palco a Zurigo, importante anche per lo spazio culturale e materiale messo a disposizione ai musicisti. I due contrabbassisti svizzeri ne fanno buon uso insieme alla partecipazione degli ospiti. Ua musica, la loro, che richiede tempo per essere assimilata, ma che alla fine si rivela piena di sorprese se ci si lascia coinvolgere dalla proposta.

Genere: avanguardia jazz
Label: Leo Records
Anno 2016

Tracklist

CD 1
01. HKGS_1
02. HKGS_2
03. MM
04. CWJS
05. JDHKHKMSAZ

CD 2
01. GH
02. JB
03. JD

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