lug 20

Le Luci Della Centrale Elettrica @ Ferrara Sotto Le Stelle

Mercoledì 19 luglio 2017, la data in cui devo ricredermi, la data in cui devo fare un passo indietro e rivedere ciò che penso su Le Luci Della Centrale Elettrica. Questa volta non posso fare il pirla come tre anni fa, quando forse più per esercizio stilistico ho recensito il suo live a Ferrara Sotto Le Stelle come se io stesso stessi scrivendo una sua canzone (però l’esperimento fu bello), questa volta Vasco mi mette alle strette e mi colpisce all’interno, non mi obbliga ma mi stimola a scriver molto bene di lui. Ma procediamo con ordine.
20251319_10212419660099288_1774750494_oIn una giornata in cui una delle poche (se non l’unica) gioie è cenare al volo al Mc Donald’s e riscoprire il gusto gommoso ed ipnotico del doppio cheeseburger (questa volta con aggiunta di bacon), mi appropinquo deciso verso il centro di Ferrara, deciso ma al tempo stesso decisamente rincoglionito e spossato, che nemmeno quel nutrimento che mi ha regalato quell’attimo di felicità è riuscito però a rinvigorirmi. Il sole è ancora abbastanza alto, mi ricopro le caviglie di Autan protettivo (rigorosamente tropical) e varco l’ingresso sul ponte levatoio del Castello Estense, dove ad attendermi c’è la mia fida accreditatrice che spalancando gli occhi mi redarguisce per essere arrivato prestissimo. In effetti all’interno c’è silenzio ed una quarantina di persone accampate, sedute ai piedi del palco in attesa. Inganno il tempo curiosando su internet, e scopro che in effetti a questo giro i concerti iniziano alle nove e mezza, ma nel frattempo la gente più sveglia di me inizia ad arrivare all’ora giusta. Poco dopo infatti sale sul palco Colombre, opening act confermato un po’ all’ultimo ma davvero una gradevole scoperta: è un personaggio strano, un calimero cantautorale, mi ricorda i Selton ma senza il Brasile, è emozionato ma sicuro di sè, e d’altronde penso che ci voglia coraggio e sicurezza per salire sul palco solo in compagnia di una chitarra, a cantare le tue canzoni. Molto belle tra l’altro, mi colpiscono per la loro schiettezza e semplicità, i temi trattati sono contemporanei, si passa da venature romantiche, ad accompagnamenti più funky, senza trascurare anche aspetti delicati (il brano TSO è eccezionale), il tutto cosparso da un neanche troppo lieve pessimismo che va abbastanza di moda (e come biasimarlo?). Colombre mi piace, ma ascoltarlo mi fa andare oltre con la mente, e lo penso accompagnato da una band, forse avrebbe più forza, sarebbe anche potenzialmente più radiofonico, ma probabilmente è una scelta appositamente non voluta, o forse deve semplicemente crescere artisticamente. 20205955_10212419660179290_148020433_oCrescita che ha fatto il nostro Vasco Brondi: nostro perchè è di Ferrara, e stasera gioca in casa; crescita perchè anche lui è partito con chitarra e voce, ed ora si trova sul palco di casa sua accompagnato da una band vera e propria (ed anche il suo ultimo lavoro discografico è testimone di una nuova dimensione musicale in cui gli strumenti hanno preso una posizione fondamentale che conferma la ricerca di una nuova cifra stilistica). Band con le movenze di una boyband, che cozza un po’ con la presenza scenica perennemente ciondolante del barbuto Vasco, band che però supporta molto molto bene sia i brani di Terra, che quelli dei precedenti album, riarrangiati a dovere. Devo quindi buttar via il pregiudizio iniziale che finora mi ha condizionato, e nonostante alla prima impressione penso che i brani classici “chitarra+voce” non funzionino alla perfezione, mi devo ricredere canzone dopo canzone perchè vengo coinvolto, ed arrivo alla conclusione che se dovesse ripubblicare questi brani così riarrangiati, li comprerei pure. Insomma, la forma canzone “brondiana” prende un’altra piega nella dimensione live, una piega che è coinvolgente e completa: in qualche brano si balla e si battono le mani a tempo, si canta a coro come Nel Profondo Veneto a chiusura concerto, in alcuni si poga nelle prime file a tal punto che i giganti della security minacciano di intervenire, in altri ci si commuove sul serio come una ragazza vicino alla postazione del fonico. Vasco mi è diventato più simpatico (o forse lo era anche prima, ma non ho saputo cogliere) anche negli intermezzi tra un brano e l’altro, dove racconta un po’ di aneddoti sulla sua città, che in questa occasione lo ospita (mi chiedevo infatti raggiungendo piazza Castello, se sarebbe venuto in bici o cosa… poi è lui stesso a dire che è venuto addirittura a piedi), di quando scriveva le canzoni fino alle 18 prima di andare a lavorare come barista al Korova (e poi esegue Piromani, forse un po’ il suo cavallo di battaglia), di come spendere 10 milioni di vecchie lire per acquistare un pianoforte come ha fatto Alda Merini, di come ci si debba sentire fortunati a crescere in un posto dove ci si annoia tantissimo (e come dargli torto); ed è proprio questa la chiave di lettura che forse non ho mai notato, che mi fa stravolgere l’opinione, che mi rende interessanti anche quelle vecchie canzoni in cui io percepivo solo un agglomerato di parole “ad-cazzum” selezionate accuratamente perchè suonano bene messe una dopo l’altra, che mi rende piacevolissimi i brani del nuovo album, che mi fa apprezzare tutto l’insieme e che mi fa augurare una lunga carriera ed una continua crescita a questo ferrarese che nel suo piccolo/grande, è riuscito a svoltare. Bravo Vasco, mi hai fatto ricredere.

Grazie a Sara Tosi per il supporto fotografico.

lug 15

The Essence Quartet – Here & Now

19424228_1921727694782784_2362671605053145526_nDopo anni di studi ed incontri con musicisti ed insegnanti di jazz i musicisti del The Essence Quartet sono arrivati a questo CD che rappresenta il momento attuale di quella che è la loro ricerca di strumentisti e compositori. I quattro sono il pianista Emanuele Sartoris, la finlandese Sara Kari al sax alto, Dario Scopesi al contrabbasso e Antonio Stizzoli alla batteria. Ci sono due ospiti, Maurizio Brunod alla chitarra elettrica e Diego Borotti al sax tenore, ognuno su due brani. Insieme alle composizioni dei musicisti del quartetto, tre di Sartoris, tre di Sara Kari, una di Scopesi e una di Stizzoli, c’è il famoso standard Beautiful Love di Victor Young. La musica dei quattro è fondata su radici eterogenee: il bop, la fusion, l’improvvisazione più libera insieme a momenti in cui tutti seguono la partitura. È un post mainstream, se possiamo chiamarlo così, che ha qualcosa di originale rispetto a quello che è il jazz made in Italy, ma senza per questo rinnegare le sue radici europee. Ci sono assoli notevoli da un brano all’altro, prendiamo ad esempio Hypnosis insieme all’ospite Diego Borotti al sax tenore, il pianista è proprio in stato di grazia e i due sassofonisti si completano a meraviglia. Oppure C.A.T.> con la chitarra elettrica di Brunod a dare un profumo di fusion all’esecuzione. Blueberry Fields comincia con l’assolo del contrabbasso, poi arrivano il pianoforte ed il sognante sax alto della Kari. È un disco che si ascolta tutto di un pezzo, senza interruzioni, compatto, con un suono di gruppo che è una vera sorpresa. È un quartetto che ha trovato la propria identità già al suo esordio su disco.

Genere: modern jazz
Label: Emme Record Label
Anno 2017

Tracklist

01. Bouncin’
02. Architecture
03. While 1
04. C.A.T.
05. Hypnosis
06. Blueberry Fields
07. Sixth Sense
08. Captain Kirk & Doctor Bones
09. Beautiful Love

lug 07

Free Radicals – Outside the Confort Zone

frontLa band americana di Houston Free Radicals è ormai da venti anni insieme e sempre presente dove ci sono voci di protesta riguardo la situazione politica. I musicisti sono Jason Jackson sax alto, Aaron Varnell sax tenore, Pete Sullivan sax baritono, Tom VandenBoom trombone, Matt Serice tromba e tastiere, Nick Cooper batteria, Al Bear chitarra, Jacob Breier basso e Nick Gonzalez sousaphone. Ci sono ovviamente numerosi ospiti, fra questi Harry Sheppard & Damon Choice, due vibrafonisti che hanno già suonato nelle orchestre di Benny Goodman e Sun Ra. Gli altri aggiungono un bel contributo al suono della band, ricco di ritmi e spinto da una continua propulsione che è molto gradita dal pubblico. Fra assoli dei sassofonisti e della chitarra elettrica da un brano all’altro tutto sembra energizzarsi traendo forza da una fonte inesauribile. C’è il mainstream, il funky, il rock, la fusion, la loro musica sfugge alle classificazioni e abbatte le barriere fra i generi, ma ciò ha poco importanza perché nonstante tutto attirano il pubblico. Fra i brani alcuni sono molto gradevoli, The Legals Have a Lunch che apre l’album, oppure Dadaab, con la chitarra elettrica e le percussioni, dall’aspetto vagatamente reggae, oppure Angola con il susaphone, il sax baritono e le tastiere in bella evidenza. Un disco divertente, che sa farsi apprezzare un pò da tutti.

Genere: jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2017

Tracklist

01. The Legals Have a Lunch
02. Doomsday Clock
03. Chicha Revolution
04. Carry Me to My Grave
05. Screaming
06. Dadaab
07. Freedom of Consumption
08. Angola
09. Manifest Dust Bunny
10. Water Beats Rock
11. Solidaridad de la Sierra
12. Audacity of Drones
13. Beyond Vietnam
14. Space Witch
15. Scrapple from the DAPL
16. New sanctuary Movement
17. Cabinet for Sale
18. Stump Stomp
19. Cheeto News Coma
20. Survival of the Oblivion
21. Ambush ICE
22. A Call for All Demons
23. American Food Chain

lug 07

Thegiornalisti @ Ferrara Sotto Le Stelle

19807693_10212281653729215_728210319_oArriva anche il turno dei Thegiornalisti, sicuramente la data un po’ più mainstream di questa edizione, la prima di un gruppo italiano (seguirà Vasco Brondi che giocherà in casa il 19 luglio), la prima del loro Completamente Senza Estate Tour. E dopo aver fatto registrare una sfilza di tutto esaurito in primavera, anche stasera siamo praticamente soldout ma non completamente (un gioco di parole che non potevo non scrivere). Mi aspettavo tanta gente, ormai questi ragazzi son di richiamo, ma non immaginavo così tanta. A pochi minuti prima dell’inizio del live infatti, il ciottolato di piazza Castello è quasi colmo di giovani difficilmente etichettabili, il pubblico che segue questo nuovo cantautorato italiano è indie ma non troppo, sicuramente spensierato e questo è un aspetto che ritengo positivo. Parto un pò prevenuto per questo concerto, devo essere sincero, ma con in mente lo spiraglio di potermi ricredere; nonostante il live sia praticamente un Paradiso-show (ma è anche giusto così), devo ammettere che il giudizio finale è tutto sommato positivo, un 7 se lo meritano tutto e forse più. Il frontman tiene banco molto bene, esclama frasi paracule ma mai esagerate tra un brano e l’altro, scherza col pubblico, è piuttosto istrionico e veste bene l’abito da personaggio che si è cucito addosso. La performance canora lascia un po’ a desiderare, ma per gran parte dei brani in scaletta sembra essere supportato dalla sua stessa voce in una sorta di contro-coro che riempie là dove lui non arriva. La scaletta è ben disposta, e conoscendoli poco ho quasi la sensazione che mi piacciano più i brani meno conosciuti, anche se ovviamente le hit da passaggio radiofonico ormai trito e ritrito sono quelle che riscuotono più successo. 19807609_10212281653889219_194574653_oLa stessa Sold Out è iniziata con un accenno e cantata da tutto il pubblico, per poi essere ripresa e suonata nella sua interezza. Lo show è comunque buono, sia chiaro, i brani sono belli e funzionano bene anche nella dimensione live, che prende forma però nella sua interezza anche dai siparietti che Paradiso crea per riempire le pause tra una canzone e l’altra: saluta una coppia al balcone dell’adiacente Hotel Annunziata, fa almeno due o tre instastory per riempire la sua autostima (nella prima accenna un brano accappella, riuscito un po’ così così ma è onesto e lo ammette). Circa a metà concerto si lascia andare in un chitarra e voce, regalandoci anche una cover di Don’t Look Back In Anger, azzardata ma ben eseguita, e tutto sommato un pò mi ricredo sulla sua dubbia bravura vocale. Ma siamo ormai un po’ tutti abituati in questo senso, il pop attuale preferisce essere più sostanza che forma: non importa se Paradiso non è un tenore, l’importante è che sia un bravo cantautore e questo c’è da ammetterlo, gli riesce bene. L’encore parte con Riccione, e chiude banalmente ma con solennità con il loro vero inno, Completamente, ed anche se mi vergogno un po’, non posso non cantarla anche io insieme a tutti. Apprezzo la sincerità e la spontaneità dei Thegiornalisti, non c’è per forza bisogno di fare chissà cosa, l’importante è farlo in maniera decente, esserne consapevoli; tutto quello che segue, ciò che dice la gente, passa in secondo piano, e nonostante alcune critiche, sono personalmente contento che questo gruppo sia passato da Ferrara, anche se sono stati i primi a non dire espressamente che è bello suonare di fronte ad un Castello.

Grazie a Sara Tosi per le foto “paradisiache”

lug 05

Dave Stryker – Strykin’ Ahead

davestryker16Questo nuovo CD del chitarrista americano Dave Striker è il ventottesimo da leader, a conferma non solo delle sue grandi qualità di strumentista e compositore, ma anche di leader e produttore. Con la sua casa discografica ha scelto una linea precisa, un mainstream
ricco di movimento, questa volta ancora con il classico trio con l’Hammond B3 di Jared Gold e McClenty Hunter alla batteria ed il vibrafonista Steve Nelson, che costituisce una novità in questo tipo di formazione. Dopo le ultime incisioni dedicate a titoli famosi della musica soul o del pop, Stryker firma adesso un’opera in cui presenta quattro propri brani e altri cinque famosi standard, quelli che conoscono tutti e su cui studiano tutti gli studenti che si approcciano a questa musica. Ne viene fuori l’autoritratto di un fuoriclasse del suo strumento, non solo in grado di suonare alla grande composizioni come Footprints di Wayne Shorter o Joy Spring di Clifford Brown, ma anche di dare un suo valido contributo come compositore. Prendiamo ad esempio Shadowboxing che apre l’album, ricco di ritmo e di swing, in cui tutti hanno modo di mettersi in mostra. L’assolo del leader è di una raffinatezza esecutiva unica, a seguire l’assolo del vibrafonista e di Jared Gold all’Hammond, un’esecuzione veloce e swingante che cattura l’ascoltatore. Passion Flower è di Billy Strayhorn, famoso compositore ed arrangiatore per la big band di Duke Ellington, una ballad resa con molto feeling da parte di tutti. L’impeccabile assolo di Steve Nelson al vibrafono rende il tutto ancora più speciale. Strykin’ Ahead che dà il titolo al disco è un brano che suona ricco di swing e di energia con i musicisti completamente coinvolti dalla musica. Qui c’è un breve e conciso assolo del batterista. Non poteva mancare il blues di Blues Down Deep, dopo arrivano ancora Joy Spring di Clifford Brown e per chiudere un classico del bop, Donna Lee di Charlie Parker. Un disco di mainstream dall’indubbia bellezza.

Genere: mainstream jazz
Label: Strikezone Records
Anno 2017

Tracklist

01. Shadowboxing
02. Footsprints
03. New You
04. Passion Flower
05. Strykin’ Ahead
06. Blues Down Deep
07. Joy Spring
08. Who Can I Turn To
09. Donna Lee

lug 04

Fleet Foxes @ Ferrara Sotto Le Stelle

19720297_10212248552501705_1768029502_oFleet Foxes, che bella scoperta. Appena venne pubblicato il carellone di questa edizione di Ferrara Sotto Le Stelle, leggere il loro nome mi fece esultare; ma perchè? In fondo non conosco il loro suono ma il loro nome non mi è affatto nuovo… forse li ricordo per un featuring con qualche band a me più cara? Fatemi googolare… non lo trovo, ma non ha senso quel che non conoscevo, ma ha senso quel che ho conosciuto durante questo magnifico e sublime live.
E’ la terza data di questa edizione, la seconda nella cornice di Piazza Castello. Dopo un lunedì lavorativo che meriterebbe una recensione a parte, entro come sempre una decina di minuti in anticipo sulla tabella di marcia, mi guardo attorno, ed un nutrito numero di spettatori è già stipato sotto il palco, ma ce ne vuole ancora prima di riempire: il pubblico è eterogeneo sia nell’età che nella provenienza, e nel cercare una posizione favorevole per la visione, con il mio Braulio in mano, mi sembra di captare parecchi accenti stranieri e la cosa non può che farmi piacere (pare ci sia gente venuta da Lituania e Slovenia per assistere a questa unica data italiana).
19718587_10212248552901715_1555854718_oL’ora del tramonto è accompagnata dalla voce di Hamilton Leithauser, che non è un personaggio di Scuola di Polizia, bensì un alto bellimbusto evidentemente americano, che con la sua band composta da altri tre elementi ci propone circa quaranta minuti di sonorità che spaziano dal rock leggero, al folk, a qualcosa che mi ricorda vagamente un musical. Se devo esprimere un giudizio infatti accolgo con maggiore benevolenza i brani più movimentati rispetto alle dilatazioni prettamente canore, ma nel complesso un open-act che non mi disturba affatto. Riesco a mantenere una buona posizione in attesa del main act, probabilmente non sono mai stato così vicino al palco da sobrio in anni e anni di Ferrara Sotto Le Stelle. Il sole è già sceso dietro agli edifici che circondano la retrostante Piazzetta della Luna, e le luci di scena sono pronte ad accogliere la band statunitense che appena sopra il palco, aizza subito l’ormai abbondante pubblico accorso per ascoltarli. Propongono uno show complessivo poco inferiore alle due ore, durante il quale suonano quasi sempre senza pause i brani dei loro tre album; devo ammetterlo, come premesso li conosco poco e riesco a percepire quali possono essere i brani del loro ultimo lavoro in studio uscito poco meno di un mese fa, perchè attecchiscono poco sul pubblico, un pubblico che mi sembra formato da parecchi fedelissimi ed appasionati. Durante le sporadiche pause, scrosciano applausi lunghi e sentiti, ma i cinque non lasciano trasparire nessun feedback particolare: suonano, lo fanno egregiamente, ti rapiscono col loro suono che definirei folk-psichedelico, alcuni brani sono solenni, sembrano quasi preghiere, mentre altri sono ritmicamente potenti, altri ancora più intimi e a volte solo accennati. La prima parte del concerto è così, quasi scolastica ma non per questo poco emozionante, scandita da flotte di zanzare che infastidiscono il pubblico ma che lo fanno un po’ ballare. 19718674_10212248552461704_535784614_oPoco prima di scendere per poi tornare sul palco, il frontman Robin (che qualcuno dal pubblico chiama “Salvatore” o “Antonello”, non ricordo e non voglio sapere il perchè) si lascia andare ad un in bocca al lupo ad un certo Simone o Simona: “Buona fortuna al tuo esame a domani” dice, ed evidentemente quindi i ragazzi di Seattle nel pomeriggio hanno approffittato per farsi un giro per la città e conoscere un po’ di persone. Nell’encore infatti, prima di salutare ed abbandonare il palco, c’è quel momento che ormai aspetto da ogni ospite del festival, ovvero sottolineare quanto sia magico potersi esibire ai piedi di un Castello, ma i Fleet Foxes vanno oltre, sponsorizzando il turismo ciclabile della città, suggerendo a chi può fermarsi qualche giorno di fare come loro, ovvero noleggiare delle bici e farsi un giro delle splendide mura medioevali. Dopo un paio di brani a richiesta con chitarra e voce, torna sul palco la band al completo per regalarci un paio di brani conclusivi, l’ultimo dei quali sembra quasi una perfetta ninna nanna per accompagnarci a dormire. Continua a stupirmi insomma, la scelta artistica di questa edizione del festival; mai come quest’anno, di ogni artista che vedo dal vivo e che non conosco, esco dalla piazza con la voglia di avere la loro discografia tra le mani.

Grazie come sempre a Sara Tosi per lo splendido contributo fotografico.

lug 02

Szilárd Mezei / Nicola Guazzaloca – Lucca and Bologna Concerts

amrn050Il disco in questione presenta due concerti di Nicola Guazzaloca al pianoforte e Szilárd Mezei alla viola. I primi quattro brani sono stati registrati a Lucca nell’ambito del Counterpoint International Festival nel 2015, gli altri quattro all’Angelica Festival di Bologna un anno dopo. I due protagonisti si muovono nell’ambito di quella che è un’improvvisazione totale in cui si superano i confini fisici degli strumenti a disposizione, una proposta molto interessante in cui si superano le possibilità espressive per come le conosciamo di piano e viola. Ne viene fuori una musica molto comunicativa nonostante la radicalità della proposta, alla ricerca di nuovi suoni. In ciò ha un ruolo importante la comunicazione con il pubblico, la First Improvisation in Lucca è completamente diversa dalla First Improvisation in Bologna, sono due diversi modi di avvicinarsi tra i musicisti stessi e con il pubblico, a testimonianza di un dialogo continuo che stimola all’evoluzione ed alla ricerca di nuove possibilità espressive. Qualche brano colpisce più degli altri, su Second improvisation in Bologna la viola esegue anche una melodia attirando l’attenzione su di sé, poi nell’ambito dei dieci minuti dell’esecuzione si cambia la prospettiva, un brano impressionante per forza ed inventiva. Su Third improvisation in Lucca spunta anche un brano del folklore ungherese verso la fine dell’esecuzione, un’idea che stempera il furore tayloriano che regna all’inizio del brano. L’alchemia fra i due funziona e dà vita ad un’ora di esperimenti sonori riusciti.

Genere: avanguardia
Label: Amirani Records
Anno 2017

Tracklist

Part 1 – Lucca Concert, Oratorio degli Angeli
01. First Improvisation in Lucca
02. Second improvisation in Lucca
03. Third improvisation in Lucca
04. Fourth improvisation in Lucca
Part 2 – Bologna Concert, Teatro San Leonardo
01. First Improvisation in Bologna
02. Second improvisation in Bologna
03. Third improvisation in Bologna
04. Fourth improvisation in Bologna

lug 01

Odwalla – Ancestral Ritual

r-10481448-1498335451-4236-jpegLa nuova produzione degli Odwalla, storica formazione di percussioni guidata da Massimo Barbiero, è un live registrato al Teatro Giacosa di Ivrea ad aprile nell’ambito del festival che si tiene lì da tantissimo tempo. Il gruppo è rimasto negli anni stabile, oltre a Barbiero ci sono Matteo Cigna al vibrafono, alla marimba ed al talking drum, Stefano Bertoli alla batteria, Andrea Stracuzzi alle percussioni, Alex Quagliotti alla batteria ed alle percussioni. Accanto a loro due musicisti africani che contribuiscono ad una proficua fusione di idee e ritmi, Bakary Doussou Tourè al djembe e Doudou Kwateh anche lui al djembe ed alle percussioni. Per l’occasione il gruppo si allarga, ci sono Baba Sissoko voce e tamá e la cantante Gaia Mattiuzzi. Le composizioni, scritte tutte da Barbiero, le abbiamo già ascoltate in altre occasioni, ma c’è sempre spazio per nuove riletture, dovute a quella che è stata l’evoluzione di tutto il gruppo insieme ai vari ospiti che ne hanno fatto parte. La musica ha ora un forte impatto melodico, guidata dai vibrafoni e dalle marimbe di Barbiero e Cigna e ciò ne fa qualcosa di unico. Ovviamente c’è l’Africa, ma è difficile accostarli a gruppi del passato come quelli di tutti percussionisti di Art Blakey o Max Roach o a quelli odierni che accompagnano Steve Coleman con i richiami alla cultura afrocubana. La musica di Odwalla è qualcosa di unico, capace di guardare al passato ed a qualcosa di ancestrale, ad esempio le voci di Sissoko e Gaia Mazziuzzi su Cerbero e l’assolo successivo alla marimba, ma resta la passione per la melodia, quel qualcosa di indefinibile e passionale che emerge anche con l’appoggio sensibile degli altri percussionisti. L’esibizione dal vivo è stato un successo ed ora la si può godere anche su disco.

Genere: jazz

Label: Autoprodotto

Anno 2017

Tracklist
01. Il cappellaio matto
02. Cerbero
03. Per Emanuela
04. La bella e la bestia
05. Il cappellaio matto
06. Cumana

giu 29

Kusimanten – Bleib ein Mensch

778La band Kusimanten è costituita dalle austriache Marie-Theres Härtel alla viola e deeLinde al violoncello e dall’ucraina Tamara Lukasheva. È un incontro che dà come risultato qualcosa di originale e di inaspettato, un’esperienza che arriva dopo che Härtel e deeLinde si erano dedicate a portare delle innovazioni alla musica tradizionale austriaca. Ora la loro proposta cambia completamente presentandoci un piacevole misto di generi che va dalla classica al jazz fino al folklore ed alla tradizione musicale dell’Europa dell’Est con un poco di pop. Gli archi e le virtuosità della voce della Lukasheva trovano un’intesa che risulta fresca, come si ascolta sul titolo che dà il titolo al disco, una melodia che si avvicina alla musica pop, ma originale per via della formazione. In questo variegato mondo musicale l’ascoltatore si trova completamente a proprio agio, un ondeggiare di archi e voce, ma anche di sentimenti, musiche, emozioni. Molto bella l’introduzione al violoncello di Gewichtige Gewirrung che subito acquista la forma di un ritmo rock mentre la voce porta l’esecuzione subito dopo in altri territori. I tre in questo sono geniali, anche all’interno dello stesso brano riescono a spiazzare l’ascoltatore senza mai perdere il filo del discorso. Su Marisja, tratto dalla tradizione croata c’è una fisarmonica, una tradizione rivisitata e stravolta a modo loro, con un pizzicato al violoncello che apporta un poco di swing americano al tutto. Unaffected è uno struggente duo fra la voce ed il violoncello suonato in pizzicato, un momento di jazz che potrebbe essere un’idea per un disco futuro, tanta è l’intensità che le musiciste riescono a trasmettere. Su Ungstellaus c’è l’ospite Nenad Vasilic al basso, qui arriva anche un poco di funky. Insolita incisione, con tanti ingredienti che ne fanno un piatto prelibato.

Genere: avanguardia
Label: Leo Records
Anno 2017

Tracklist

01. Was die Bäume sehen
02. Das Leben eines kleinen Wesen.
03. Gewichtige Gewirrung
04. Marisja
05. Bleib ein Mensch
06. Takatakatikataka
07. Unaffected
08. Berdovichko
09. Vogel Fly
10. Ich hab genug
11. Ungstellaus
12. Gute Nacht

giu 29

Alt-J @ Ferrara Sotto Le Stelle

Dopo l’intima data di Agnes Obel di apertura del festival nel cortile del Castello, tocca agli Alt-J cimentarsi nel palco dell’assai più capiente piazza Castello, e lo fanno con un tutto esaurito; non si può fare quindi subito un plauso alla nuova direzione artistica subentrata quest’anno, che prende il testimone e continua quindi a registrare successi mantenendo un cartellone sempre interessante da ventidue anni a questa parte.
19576735_10212196454039276_103722081_oLa pioggia al pomeriggio mi aveva inizialmente preoccupato, ancor di più il temporale delle 20, che colpisce la città proprio mentre sto per uscire di casa. Arrivo in centro incappucciato e pronto a vivere forse il mio primo concerto non sotto le stelle ma sotto la pioggia, mi accingo verso la zona degli ingressi di piazza Savonarola e mi si presenta di fronte probabilmente una delle code più lunghe mai viste durante gli anni di concerti di Ferrara Sotto Le Stelle. Dal cielo cadono ancora gocce, davanti al palco già tanta gente coi suoi variopinti k-way prega facendo danze apotropaiche per scacciare il maltempo e l’obiettivo sembra raggiunto perchè fortunatamente più gente entra, meno nuvole si vedono. Alle 20:35 salgono i The Lemon Twigs, gruppo che ha l’onore e l’onere di aprire le danze e lo fa nella maniera più degna: la band americana dei fratelli D’Addario sfodera il loro rock a tratti psichedelico ed un pò glam, ma in un’oretta scarsa scalda decisamente gli animi dei tanti accorsi per il main act. Passano una ventina di minuti, il palco si impreziosisce di strutture luminose che scandiscono gli spazi, la paura di ulteriori rovesci è praticamente passata, la piazza è ormai piena ed ecco salire i tre inglesi pronti ad iniziare il loro show, che si preannuncia davvero di qualità come accennatomi durante la pausa da un amico che lavora nella parte tecnica del festival e che ha avuto modo di assistere al soundcheck del pomeriggio. 19551418_10212196453399260_210773487_oSi percepiscono le note di 3WW, primo brano dell’ultimo lavoro in studio del trio, Relaxer, fresco di pubblicazione da meno di un mese, album che ad un primo ascolto mi ha lasciato personalmente con qualche dubbio ma che proprio per questo motivo accresce la mia curiosità nel sentire l’intera performance dal vivo. La scaletta è infatti ben equilibrata, composta da brani del nuovo disco ed ovviamente da una buona fetta di canzoni dai precedenti due album, il tutto purtroppo interrotto solo al quarto brano, a causa di un blackout dell’impianto audio principale (la band ha continuato a suonare per qualche dozzina di secondi prima di rendersi conto dell’accaduto, per poi scendere e ritornare sul palco dopo circa un quarto d’ora). Fortunatamente questa sosta non voluta, non ha nè scalfito la verve della band, nè ha affievolito il calore del pubblico: la band torna sul palco scusandosi e riprendendo con Nara il brano interrotto poco prima. Seguono circa una quarantina di minuti dove il trio sfodera senza alcuna imperfezione il loro repertorio, passando in ordine sparso da brani come Every Other Freckle, Matilda che in tanti cantano a squarciagola, mi sembra poi di riconoscere House Of The Rising Sun (forse l’unico momento un po’ pesante della serata), ma passando anche attraverso le più conosciute Breezeblocks e Left Hand Free che fanno muovere e cantare il tutto esaurito della piazza. 19551769_10212196453479262_1014692236_oLa performance è impreziosita da un comparto scenografico fatto di luci che, come accennato in precedenza, delimitano gli spazi del palco dei tre musicisti, i quali però il più delle volte rimangono statiche ombre frontali. Gli Alt-J salutano il pubblico di questa unica data italiana, ringraziando di cuore e apprezzando l’ospitalità di Ferrara, in particolare il cibo che nei pochi giorni trascorsi in città a detta loro li ha fatti ingrassare. Una performance che ha confermato le buone impressioni che avevo riguardo la professionalità e la freschezza di questo gruppo, una serata che al di là dell’intoppo tecnico è filata liscia nonostante il clima, e come aggiunge un ragazzo poco distante da me “alla fine, siamo venuti a Ferrara e finalmente adesso siamo anche sotto le stelle”. La grande massa si sparpaglia sulle note di Africa dei Toto (e tutti la cantano!) abbandonando piazza Castello e calciando vuoti bicchieri di plastica, prendendosi un attimo per fare un selfie col castello Estense sullo sfondo o chiedendo dove trovare un kebabbaro aperto, togliendosi ormai quei k-way che avevano fatto un po’ impensierire… ma alla fine Ferrara, in queste occasioni e soprattutto accompagnata dalla colonna sonora degli Alt-J è bella anche quando piove.

Come sempre grazie a Sara Tosi per le splendide foto.

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