set 11

Simon Nabatov Max Johnson Michael Sarin – Free Reservoir

800Il pianista di origine russa Simon Nabatov riesce a sorprenderci, come sempre verrebbe da dire, ad ogni incisione. Di recente lo abbiamo ascoltato in duo ed in trio, una dimensione in cui esprime al meglio la sua straripante creatività. Dopo il recente solo dedicato alle musiche di Monk eccolo ora dalla Germania (risiede a Colonia) agli Stati Uniti, dove subito si è trovato in sintonia con due protagonisti della vita musicale a New York. Anni fa ha lavorato in trio con Mark Helias e Tom Raney, ora è insieme a due musicisti a loro volta impegnati come leader o in progetti con la crema dell’avanguardia contemporanea, Max Johnson al contrabbasso e Michael Sarin alla batteria. Il trio funziona perfettamente, senza esitazioni, ed il disco parte con Free Reservoir, in cui nei quindici minuti dell’esecuzione abbiamo una prima sezione in cui si cavalcano i fantasmi del free di Cecil Taylor, poi si cambia direzione ed arriva un poetico momento con Johnson che suona il suo strumento con l’archetto, accompagnato dal pianoforte e da una batteria che trova i suoni più reconditi. Il brano si chiude ancora con una sfuriata del pianoforte, in cui il contrabbassista continua con l’archetto. Si cambia atmosfera sul brano a seguire, come dice il titolo Slow Droplets procede in modo lento, suggestivo. Anche qui il contrabbasso suonato con l’archetto ha un ruolo importante, a momenti quasi da solista con un dialogo continuo insieme al pianoforte. Più swingante, se si può usare ancora questo termine per un musicista come Nabatov, a suo agio in qualcunque situazione, Marakato Askew, anche qui molto movimento da parte dei tre, un brano in cui Sarin mostra il suo virtuosismo con ritmi sghembi.
Su Tap Dance Inferno Nabatov suona le corde del pianoforte direttamente all’interno ottenendo effetti suggestivi. Si chiude con Short Story Long, sono quasi diciotto minuti che mettono ancora in mostra le qualità di questo trio, momenti free ed altri più swinganti, virtuosismo nell’uso degli strumenti, assoli prodigiosi. Gran disco, che conferma Nabatov fra i grandi pianisti contemporanei.

Genere: avanguardia
Label: Leo Records
Anno 2017

Tracklist

01. Free Reservoir
02. Slow Droplets
03. Marakato Askew
04. Tap Dance Inferno
05. Short Story Long

set 10

Yelena Eckemoff – Lions

indexNelle diverse incisioni in trio la pianista russa Yelena Eckemoff ha cambiato i suoi sideman, aggiungendo così sempre nuovi colori alla sua musica. In questa recente incisione l’ispirazione è arrivata dal contrabbassista Arild Andersen, che aveva ordinato uno strumento con un leone intagliato sul manico. È scattata una scintilla che ha portato alle diverse composizioni, al quadro in copertina ed alle diverse poesie, tutte ispirate all’Africa ed al re degli animali, incluse nel booklet. Ad aggiungersi ai due ora c’è il famoso batterista Billy Hart, che porta un notevole contributo alla musica. Si avverte la raggiunta maturità della scrittura della pianista e come i due improvvisatori che la supportano colgano le sfumature, le sottigliezze che fanno la differenza. Si è scelto di andare sui novanta minuti di musica nei due CD, potrebbe sembrare un minutaggio troppo elevato, invece la musica scorre, fra un’invenzione e l’altra, con velocità, compatta, nonostante abbia un qualcosa di complesso che la distingue. Il titolo d’inizio Lions è quello che dà il titolo all’album, un bel tema seguito da uno sviluppo intricato, in cui si avverte la provenienza dalla musica classica della pianista, ma anche la sua fantasia e l’interazione con gli altri in un proficuo dialogo. Non mancano pagine dai ritmi più accentuati, come Pursuit, in cui la ritmica mostra una grande versilità e la capacità di trasportare la musica verso un accento più afroamericano. C’è anche un blues, nel secondo disco, che è un piccolo gioiello di originalità, Lions Blues, certo siamo lontani da Hank Jones o dagli altri pianisti del bop, ma c’è tanta ispirazione ed inventiva nell’approccio. Un altro brano con un approccio più movimentato è Joining the Pride, più swingante è Ode to Strenght che chiude il disco lasciando la voglia di ascoltarlo da capo.

Genere: jazz piano trio
Label: L & H Productions
Anno 2015

Tracklist
CD 1
01. Lions
02. Migrating Birds
03. Pursuit
04. Night in Savanna
05. Stars Bathing in Shallow Waters
06. Young at Play
07. Sphinx

CD 2
01. Simple Pleasures
02. Lions Blues
03. Instinct
04. Surviving the Famine
05. Joining the Pride
06. Ode to Innocence
07. Ode to Strength

set 09

Bones – Haberdashery

793È la seconda incisione per la Leo Records del  Bones Trio costituito dagli israeliani Ziv Taubenfeld al clarinetto basso, Shay Hazan al contrabbasso e Nir Sabag alla batteria. Come per l’esordio sulla stessa casa discografica, ben recepito da pubblico e critica, ci si è affidati alle composizioni di Taubenfeld, che oltre ad essere un bravo strumentista ha una sua estetica che persegue insieme al trio. Su Snail’s Pace che apre il disco procede tutto a ritmo di lumaca, come dice il titolo, una musica che ha qualcosa di rilassante per l’ascoltatore. Su Explaining What!? c’è qualche impennata free da parte del clarinettista, ma anche qui per lo più la musica ha qualcosa di meditativo, di sottile, di coinvolgente anche ad un secondo ascolto. Point and Line #2 è invece caratterizzato dal suono del contrabbasso di Hazan suonato con l’archetto. i due strumenti bassi si incontrano su atmosfere decisamente suggestive. Ancora il contrabbasso suonato con l’archetto per il tema che apre Turtle Love Song, questa volta con un clarinetto basso pu nevrotizzato, a dispetto del titolo. Interessante Snail Hunting dalla procedura lenta, fra i piatti della batteria ed un contrabbasso che snocciola le sue note con parsimonia. Decisamente carico di adrenalina No Name Letters, intermezzato da un lungo assolo del contrabbasso. Si ritorna a ritmi più colloquiali per gli ultimi due brani, No Name Letters e Cello. La musica dei tre si sviluppa in modo paritario, senza leader ed accompagnatori, è un dialogo che procede tranquillo e avvolge l’ascoltatore di racconti come quello nel booklet.

Genere: avanguardia
Label: Leo Records
Anno 2016

Tracklist

01. Snail’s Pace
02. Explaining What!?
03. Point and Line #2
04. Turtle Love Song
05. Snail Hunting
06. No Name Letters
07. Orange Shoes
08. Cello

set 09

Fred Frith – Storytelling Live at Theather Gütersloh

indexLa rivista tedesca Jazzthing e la città di Gütersloh continuano con la serie di concerti dedicati ai maestri del jazz europeo, questo del trio del chitarrista inglese Fred Frith è il numero dodici, registrato come gli altri in analogico su nastro dallo THS Studio. Insieme a Frith ci sono la sassofonista danese Lotte Anker e dalla Svizzera Samuel Dühsler alla batteria. La musica dei tre è completamente improvvisata, da veterani di tale calibro ci si aspetta un concerto emozionante, ed in effetti è proprio così. Le invenzioni alla chitarra, che Frith utilizza in tutti i modi possibili, sono accompagnate da un sassofono spesso dirompente, ma i tre sono anche capaci di atmosfere più controllate e “notturne” come su Storytelling (for Eduardo Galeano) – Chapter 2. È un dialogo, una storia, che prende forma lentamente, in modo soffuso, perché i tre si ascoltano a vicenda e trovano l’ispirazione del momento. Più nevrotico Storytelling, la sassofonista ed il batterista sono in fibrillazione così come la chitarra del leader, un momento free che porta la musica in territori già ampiamente frequentati dal chitarrista inglese nella sua lunga carriera. Si arriva alla fine del disco, compatto, intorno a cinquantacinque minuti, dopo avere ascoltato un pezzo di storia della musica improvvisata in Europa, con i tre ancora capaci di inventare qualcosa di nuovo e così di intrattenere il pubblico. Su disco segue ancora una breve intervista di Frith, sei minuti, che permette un’ulteriore confronto con le sue idee sulla musica.

Genere: avanguardia jazz
Label: Intuition Music
Anno 2017

Tracklist
01. Storytelling (for Eduardo Galeano) – Chapter 1
02. Storytelling (for Eduardo Galeano) – Chapter 2
03. The GigStorytelling (for Eduardo Galeano) – Chapter 3
04. La Pasión de Soñar
05. Backsliding
06. Interview with Fred Frith

set 08

Godblesscomputers – Solchi

Lorenzo Nada alza l’asticella della qualità, e con il suo terzo album sotto l’acronimo di Godblesscomputers porta la musica elettronica italiana in giro per il pianeta. E’ l’augurio che facciamo a Solchi, album con titolo italiano rispetto ai precedenti due in inglese, che forse proprio per scaramanzia con questo titolo cercherà di sfondare i confini nazionali. La musica di Godbless, è già pronta per espatriare, e le 16 tracce di questo ultimo lavoro in studio ne sono la conferma: 16 solchi appunto, che raccontano la maturazione dell’artista, ne rappresentano l’eterogeneità, si arricchiscono di collaborazioni e ci inducono a pensare fino a che punto potrà spingersi il suono di questo giovane talento, un suono maturo, riconoscibile, funzionale, sempre fresco e mai scontato. Brothers è la giusta introduzione, ritmiche che ammiccano alla provenienza hip hop di Lorenzo con il suo passato nel Lato Oscuro della Costa, ma permeato di suoni attuali, con un finale a sorpresa che non mi va di spoilerare. C’è poi la voce di Davide Shorty su How About You, forse il brano più radiofonico del disco, ma non per questo più scontato; la collaborazione tra i due artisti infatti è gustosa quasi come un cacio e pepe, il risultato è qualcosa di semplice, perfettamente equilibrato (un contemporaneo intreccio tra soul e r’n'b), e proprio per questo incredibilmente piacevole. Ci si placa ulteriormente con Just Slow Down, è il sound di Godblesscomputers al 100%, distillato di finezza elettronica difficilmente imitabile a questo livello. Wherever You Say forse nasce quasi come jam session, ritmi lenti tribali supportano la soave voce femminile per creare un qualcosa di estremamente sensuale ed affascinante. Segue la giusta colonna sonora per un viaggio sul litorale, al tramonto, mentre stai per raggiungere il mare: Adriatica mi rimanda a questo tipo di immaginario, anche in questo caso con una delicatezza senza paragoni, atmosfere chill con un sapiente inserimento di campionamenti al posto giusto e alcune chitarre che si rincorrono mescolandosi a synth morbidi. E poi Lorenzo ci sorprende con le ispirazioni dub di Life On Fire, avvalendosi del supporto di Forelock alla voce e alla maestria di Paolo Baldini per quanto riguarda la produzione: è il connubio magico, avrei sempre voluto sentire un mix del genere, e Lorenzo mi ha accontentato, con un brano dalle ritmiche alla Godbless, e tutto il resto alla Dubfiles, è davvero l’incontro di due geni del bene musicale. Dopo il breve interlude di El Destino (quasi dispiace non sia sfociato in traccia completa), arriva Glue, un brano che come dice lo stesso autore ha il sapore del passato, poichè assemblato con vecchio materiale ripescato; ed inserirlo in un nuovo disco, penso sia scelta perfetta per proseguire un certo filo conduttore sonoro. Dreamers è una canzone che mi proietta in un immaginario inglese, una canzone intima creata insieme ai Klune, promettente trio che in questo caso riesce ad interpretare in maniera eccellente le intenzioni di Godbless. LIP è poi l’ennesimo testamento della maturazione artistica del sound di Lorenzo, riconoscibile per alcuni clichè stilistici ma mai scontato. C’è spazio anche per qualcosa di più ballabile, come Records, un funk moderno che somiglia ad una mescolanza ordinata di dischi diversi, quasi come un mega mashup, è sicuramente uno dei miei pezzi preferiti dell’album. Tempo ancora per un piccolo intermezzo, ovvero 1989 e poi si torna a capofitto nelle atmosfere un po’ oscure, quasi notturne di Don’t Need, probabilmente il pezzo più sperimentale di questo album, ma che nulla ha da invidiare a tante altre cose che si ascoltano dal resto d’Europa e che vengono osannate come strepitose o incredibilmente innovatrici. La parentesi di Disquietude, brano dalla pacatezza devastante (che forse rispecchia molto il carattere e l’indole di Lorenzo, per quel poco che ho avuto modo di conoscerlo), ci separa dall’ennesimo capolavoro, ossia Father’s Light: la collaborazione con gli Inude si sviluppa in un crescendo di emozione musicale, bellissimo equilibrio tra voci, melodie e ritmiche soffuse che mi ricorda tanto l’Apparat dei vecchi tempi. Chiude il tutto Freddo, perfetto sigillo per un disco a cui auguro tutto il meglio del mondo, uno dei dischi migliori dell’anno, ed è italiano.

Anno: 2017

Etichetta: La Tempesta International – Fresh Yo!

Tracklist:
1. Brothers
2. How About U (feat. Davide Shorty)
3. Just Slow Down
4. Wherever You Say
5. Adriatica
6. Life On Fire (feat. Forelock & Paolo Baldini DubFiles)
7. El Destino
8. Glue
9. Dreamers (feat. Klune)
10. LIP
11. Records
12. 1989
13. Don’t Need
14. Disquietude
15. Father’s Light (feat. Inude)
16. Freddo

 

set 07

Hornung Trio – Spieler

hornung-trio-spieler-cover-470x470Il pianista tedesco Ludwig Hornung è a sua agio in diversi tipi di musica, quella elettronica delle sale da ballo e l’acustica, come qui con questo trio insieme al contrabbasista inglese Jean-Phil Donkin ed a Bernd Oezsevim alla batteria. Si presenta come un musicista vivace e ricco di brio, pieno di inventiva esuberante, ma anche con una certa sensibilità per la melodia e per il tocco rotondo, caratteristiche che mantiene anche nei momenti più concitati e nelle ballad, come Im Wald in cui sviluppa la tensione del racconto senza essere melenso, qualità non da poco. Per lo più sono sue composizioni, un aspetto della suo modo di fare musica che ritiene molto importante, insieme a Ugly Beauty di Thelonious Monk e Kokolores, ispirata da Dolores di Wayne Shorter, questa con un velocissimo assolo del contrabbassista. I tre presentano il lato moderno del jazz trio contemporaneo, piuttosto maturi, compatti ed in sintonia l’uno con l’altro. Fin dallìnizio, Echos si avverte non solo la loro voglia giovanile di fare musica con tempi di metronomo elevanti, ma anche una certa attenzione alla melodia, alla comunicatività nonostante le spigolosità dell’esecuzione. Molto poetica l’esecuzione dello standard di Monk, fatto a modo loro, senza alcuna possibilità di scambiarli per qualche altro trio dimostrando così una bella personalità di gruppo. Molto bello anche l’ultimo brano Nach Hause wanken, che è introdotto dal contrabbassista ad un ritmo vertiginoso prima che arrivi il pianoforte con i suoi accordi a creare una composizione singolare per come si svolge. Un ottimo esordio per il trio guidato dal pianista tedesco.

Genere: modern jazz
Label: Challenge Records
Anno 2017

Tracklist

01. Echos
02. Im Wald
03. Der Spieler
04. Ursache und Wirkung
05. Kokolores
06. Ugly Beauty
07. Nach Hause wanken

set 06

Yelena Eckemoff – Glass Song

indexIn questa incisione in trio della pianista russa Yelena Eckemoff troviamo due famosi musicisti che sono presenti in diverse incisioni del catalogo ECM ma che mai si sono trovati a suonare insieme. Il contrabbassista Arild Andersen e Peter Erskine formano insieme a lei un trio molto speciale, con una sua identità basata sulle composizioni della leader, che però lascia il giusto spazio ai sideman per improvvisare. Lei è una compositrice esperta che sa utilizzare al meglio le doti dei musicisti con cui collabora: le lunghe volate di note del contrabbasso, il sottile gioco della batteria, tutto si incastra a perfezione in un disco che si ascolta ripetutamente con piacere nonostante la lunghezza, sono più di settanta minuti. C’è qualcosa di magico in queste esecuzioni, molto diverse da quelle di colleghi contemporanei come Keith Jarrett, Brad Mehldau, Fred Hersch, ma anche da musicisti dallo stile più simile, come Bobo Stenson. Lei ha un modo speciale di descrivere le emozioni in musica, e qui prova per la prima volta a scrivere nel booklet delle poesie in sintonia con le atmosfere dei brani. Sono versi in uno stile che ricorda i Crepuscolari italiani, Gozzano, Marino Moretti e gli altri, sempre appresso, anche con ironia, alle piccole cose della vita quotidiana. Il disco scorre con facilità, senza ripetizioni, è un viaggio in musica, e parole, se si legge il booklet, che scorre fra il ghiaccio che si scioglie del primo brano e la pioggia di marzo che conclude il disco, fra nebbie, foschie, sogni, giornate di sole. Tante emozioni e tante sensazioni che avvolgono e coinvolgono l’ascoltatore.

Genere: jazz piano trio
Label: L & H Productions
Anno 2012

Tracklist
01. Melting Ice
02. Glass Song
03. Cloud Break
04. Polarity
05. Dripping Icicles
06. Sweet Dreams
07. Whistle Song
08. Sunny Day in the Woods
09. Elegy
10. March Rain

set 05

Vein Plays Ravel

cd_vein_plays_ravelIl trio di Basilea in Svizzera Vein è insieme dal 2006 ed in questi anni non sono mancante le incisioni: con l’ultima, dedicata a Maurice Ravel sono ben dodici. Aggiungiamo i concerti, una sessantina l’anno, e si ha l’idea di un gruppo compatto e ben rodato che riesce senza alcun tipo di problemi a rendere le composizioni del grande compositore francese nel linguaggio del trio per piano jazz contemporaneo. Le idee vengono discusse collettivamente fra Michael Arbenz piano, Thomas Lähns contrabbasso e Florian Arbenz batteria, un processo di decisione democratico che a loro dire funziona benissimo. Sul disco Ravel sembra un compositore di jazz, belle melodie per i temi, ritmi complessi, il trio che swinga in un linguaggio moderno, niente fa sospettare la sua appartenenza al modo della musica classica, se non fosse che lo conoscono un pò tutti. Su Bolero si fanno le cose in grande, c’è l’ospite Andy Sheppard al sax tenore e soprano e una sezione fiati composta da due sassofonisti, tromba e trombone. Insieme allo scatenato sassofonista inglese i tre trovano la via per fare di questo brano, sedici minuti e mezzo, un piccolo capolavoro ricco di idee negli arrangiamenti, sorprendenti per come riescono a fare quadre il cerchio con l’esuberanza improvvisativa dei protagonisti. La Pavane pour une infante défunte, altra famosissima composizione di Ravel, diventa una ballad ricca di feeling che sembra adatta al mondo notturno dei club. Come sempre il perfetto interplay dei tre conquista l’ascoltatore. Ancora Sheppard su Mouvement de Menuet, questa volta senza sezione fiati. Il quartetto funziona alla grande, e forse resta un’idea per il futuro un’ulteriore collaborazione
con il sassofonista attualmente in forza alla ECM.

Genere: jazz piano trio
Label: Challenge Records
Anno 2011

Tracklist

Le Tombeau de Couperin
01. Prélude
02. Forlane
03. Toccata

04. Blues
05. Bolero
06. Pavane pour une infante défunte
07. Mouvement de Menuet
08. Five o’clock Foxtrott

set 04

Mario Pavone Dialect Trio – Chrome

indexOrmai Mario Pavone al contrabbasso è uno dei veterani di questa musica. Basta dare uno sguardo alla sua nutrita discografia per trovarlo insieme a Anthony Braxton, Bill Dixon, Thomas Chapin e tutti i bei nomi che hanno fatto la storia del jazz contemporaneo. Ad affiancarlo in questo nuovo progetto, il Dialect Trio, ci sono il pianista Matt Mitchell e Tyshawn Sorey alla batteria, ambedue piuttosto noti nel giro dei musicisti d’avanguardia. Il pianista ha suonato ed inciso con Tim Berne, Rudresh Mahantappa e Dave Douglas, Sorey con Dave Douglas e Steve Lehman. I tre respirano un linguaggio comune su composizioni di Pavone, tranne Bley, un’improvvisazione a nome dei tre, ma colleghi come Dave Ballou, Steven Bernstein e Michael Musillami hanno contributo agli arrangiamenti di sei brani. Siamo già al secondo disco per il trio, il primo era apparso su Clean Feeed suscitando interesse di critica e pubblico. I tre sono ancora più compatti, più focalizzati sulle idee del leader, autore anche di portentosi assoli come su Ancestors, prima di lasciare spazio alla batteria di Sorey. Costituiscono un triangolo equilatero in cui ciascuno ha un ruolo paritario agli altri al fine di tessere un dialogo serrato e ricco di brio, raggiungendo spesso la perfezione, come su Conic. Qualche brano, come Beige presenta atmosfere più astratte e libere, in cui i musicisti si muovono come in trance. Subito dopo su The Lizard (for Jim Jarmush) è subito Pavone ad entrare da protagonista con il suo contrabbasso in assolo per un minuto prima che arrivi il tema eseguito in trio. Qui ha modo di mettersi in evidenza Matt Mitchell sulla propulsione costante dei ritmi, un brano ricco di energia e dai ritmi complessi. Il nuovo trio di Pavone è tra le realtà più interessanti del jazz contemporaneo, fra composizione ed improvvisazione ed idee in continua ebollizione.

Genere: jazz
Label: Playscape Recordings
Anno 2016

Tracklist

01. Cobalt
02. Glass 10
03. Ellipse
04. Ancestors
05. Beige
06. The Lizard (for Jim Jarmush)
07. Conic
08. Bley
09. Chrome
10. Continuing

set 03

Yelena Eckemoff – Forget-me-not

forget-coverLa pianista russa, ma residente in USA, Yelena Eckemoff è ormai un’importante presenza del jazz contemporaneo con delle incisioni di tutto rispetto in cui riesce a trarre sempre qualcosa di nuovo dai musicisti con cui interagisce. Vale la pena andare a riascoltare questo trio di alcuni anni fa insieme il norvegese Mats Eilertsen al contrabbasso ed alla batterista danese Marylin Mazur, molto conosciuta per la lunga collaborazione con Jan Garbarek. Sono tutte composizioni della leader, perfettamente a suo agio con i due comprimari, che la trasportano in atmosfere che conosciamo dai musicisti nordici sul catalogo ECM, tuttavia lei mostra una forte personalità che dà alla musica un tocco speciale. C’è sempre qualcosa che attira l’attenzione dell’ascoltatore, l’ispirazione che arriva da musiche diverse che nelle loro mani diventano un insieme organico. Sand-Glass, ad esempio, che vuole esprimere lo scorrere del tempo ed il battere di un metronomo tenuto dal pianoforte, mentre il contrabbasso e la batteria trovano una loro via all’improvvisazione. Trapped in Time è un piccolo gioiello, per le armonie complesse e le misteriose atmosfere evocate nel’introduzione, poi l’esecuzione acquista una struttura che la porta verso il blues sulle percussioni minimaliste della Mazur e le poetiche linee del contrabbasso di Eilertsen. All’interno della stessa esecuzione troviamo momenti di un canonico trio jazz insieme all’avanguardia, il tutto eseguito in modo appassionato. Il tre riescono nell’impresa e così i settantadue minuti del disco scorrono veloci. È un disco che interagisce anche con l’ascoltatore per le continue invenzione dei tre, che non passano inosservate, e la capacità di mettere insieme tante influenze musicali rendendo il risultato perfettamente coerente.

Genere: jazz piano trio
Label: L & H Productions
Anno 2011

Tracklist
01. Resurrection of a Dream
02. Forget-me-not
03. Maybe
04. Sand-Glass
05. Five
06. Schubert’s Code
07. Quasi Sonata
08. Seven
09. Trapped in Time
10. Welcome a New Day

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