ago 20

Jane Ira Bloom – Wild Lines: Improvising Emily Dickinson

frontInsieme a Dave Liebman Jane Ira Bloom è fra gli interpreti più interessanti del sassofono soprano nel jazz contemporaneo. Il trio del disco precendente con il contrabbassista Mark Helias e Bobby Previte alla batteria si allarga ora a quartetto insieme alla pianista Dawn Clement. La musica è dedicata alla poetessa americana Emily Dickinson, una figura singolare (per la biografia) ed importante per la letteratura americana, i cui testi furono pubblicati soltanto dopo la sua scomparsa. Il primo CD è soltanto strumentale, nel secondo le stesse composizioni, ma eseguite in ordine diverso, sono eseguite insieme alle liriche recitate da Deborah Rush. Si tratta di musicisti fuori dal comune, e così anche la musica è di quelle che non passa inosservate, un brano come Other Eyes mostra il virtuosismo dei musicisti, qui un trio in cui Mark Helias ha un notevole ruolo. Un’esecuzione un pò speciale che finisce con l’assolo di batteria di Previte. Si ritorna al quartetto per Singing the Triangle, una composizione che spicca in mezzo al resto. Qui si nota l’originalità della pianista Dawn Clement, il suo è un accompagnamento fuori dagli stilemi più comuni. Da rimarcare gli assoli della leader, protagonista dell’intero doppio CD, animata da una fantasia ineasauribile in un lavoro in cui non c’è una nota fuori posto. Tutti bravissimi, fra i protagonisti del jazz contemporaneo, a celebrare la loro musica e le poesie della famosa scrittrice di liriche.

Genere: jazz
Label: Outline Records
Anno 2017

Tracklist

CD 1
01. Emily & Her Atoms
02. Alone & in a Circumstance
03. Other Eyes
04. Singing the Triangle
05. Dangerous Times
06. Mind Gray River
07. One Note from One Bird
08. Cornets of Paradise
09. A Star Not Far Enough
10. Hymn You Wish You Had Eyes in Your
11. Wild Lines
12. Say More
13. Bright Wednesday
14. Big Bill
15. It’s Easy to Remember
CD 2
01. Wild Lines
02. Emily & Her Atoms
03. Alone & in a Circumstance
04. One Note from One Bird
05. Dangerous Times
06. A Star Not Far Enough
07. Singing the Triangle
08. Mind Gray River
09. Cornets of Paradise
10. Other Eyes
11. Say More
12. Hymn You Wish You Had Eyes in Your Pages
13. Bright Wednesday
14. Big Bill
15. It’s Easy to Remember

ago 19

Luca Segala Libertrio- La rete di Indra

coverIl  nuovo CD di Luca Segala, che questa volta si concentra soltanto sul sassofono tenore, esplora la formazione del trio insieme alla ritmica pulsante di Gianluca Alberti al contrabbasso e e Tony Boselli alla batteria. L’esperto musicista sa guidare con mano ferma questa formazione che esegue soltanto sue composizioni. Il suono caldo del sassofono tenore si ispira a quella che è la storia di questo strumento nel jazz, da Sonny Rollins ai musicisti dell’avanguardia apparendo piuttosto ispirato. Tony’s Hungry che apre il disco è un brano dall’andamento danzante in cui il contrabbasso ha un notevole ruolo, fino al lungo assolo eseguito a ritmo sempre più veloce. My Sweet Home è un brano dall’aspetto più moderno, in cui i tre esplorano le possibilità offerte da questo tipo di formazione, ognuno con un ruolo ben preciso ma all’interno di un dialogo alla pari, anche qui Alberti si ritaglia un bello spazio con le corde del contrabbasso cui segue brevemente la batteria prima dell’assolo dirompente di Segala, che qui appare particolarmente in stato di grazia. The Charm of the Dance è fra i brani più accattivanti con un’improvvisazione ricca di idee di Segala. A Prayer reintepreta a modo proprio musiche antiche, mentre su Prendi i soldi e scappa il ritmo veloce porta ad un’esecuzione vigorosa, di aperto stampo jazzistico. Il Libertrio funziona abbastanza bene, abile ad integrare improvvisazione e composizioni del leader in una musica compatta e senza sbavature.

Genere: Avanguardia
Label: Amirani Records
Anno 2017

Tracklist

01. Tony’s Hungry
02. My Sweet Home
03. Little Suite
04. The Charm of the Dance
05. Acqua
06. L’occhio di Nina
07. A Prayer
08. Prendi i soldi e scappa

ago 13

The Billy Lester Trio – Italy 2016

the-billy-lester-trio-600Il nuovo trio del pianista americano Billy Lester è una sorpresa. L’allievo di Sal Mosca ha trovato in Italia due perfetti comprimari per il suo nuovo trio, Marcello Testa al contrabbasso e
Nicola Stranieri alla batteria, ambedue con un lungo percorso di incisioni alle spalle per case discografiche italiane. È uno di quei momenti magici, di musicisti che si incontrano in studio o in un club e senza alcun preavviso spunta un momento di comunicazione unico che si riflette in un’incisione perfetta. L’intesa fra i tre è empatica e le composizioni di Lester sono state subito assimilate dalla ritmica, An Evening with Friends che apre l’album riflette l’atmosfera solare creatasi in un incontro tra amici, è un momento di gioia per tutti, per i musicisti che improvvisano e per gli ascoltatori. Lester mostra il suo stile personale, molto originale se confrontato ai colleghi che vanno per la maggiore. A metà del brano anche un fluido assolo del contrabbasso di Testa. Si continua con Yeah Man!, ancora con i tre che hanno trovato l’intesa per fare funzionare questo trio. To Julia è una ballad interpretata però a modo proprio da Lester, con calore ma senza cercare “effetti speciali” per il pubblico. Un brano dai riti più bop è Pop Pop Train, la ritmica italiana si trova a suo agio con un brano che esige precisione e velocità di esecuzione. Gli ultimi due brani sono Consolidation e Omens, che completano un album che si fa ascoltare volentieri e ripetetutamente. L’intesa tra i tre, lo swing del pianista americano, gli assoli del contrabbassista, il timing di Stranieri, rendono quest’album una riuscita pubblicazione.

Genere: piano jazz
Label: Ultrasound Records
Anno 2017

Tracklist

01. An Evening with Friends
02. Yeah Man!
03. To Julia
04. Pop Pop Train
05. Consolidation
06. Omens

ago 12

Carol Albert – Fly Away Butterfly

carolalbert10La cantante americana Carol Albert è una musicista poliedrica che ha firmato diversi progetti da leader, qui è anche nella veste di tastierista e di programmatrice per le musiche che escono dal computer. Gli assoli del sassofono e flauto sono per lo più di Sam Skelton, per il resto i musicisti cambiano da un brano all’altro. I brani sono molto gradevoli, quasi tutti della leader. Le uniche eccezioni sono One Way di Al Jarreau e Mas Que Nada, fra le più celebri canzoni della bossa nova. Fin dall’inizio, Fly Away Butterfly, che è anche il titolo che apre e chiude l’album, si può ascoltare una musica che svolge benissimo il proprio ruolo come sottofondo e intrattenimento, a volte con delle liriche interessanti come quelle di Never Thought It Would Be This Way. Tra jazz, arrangiamenti da musica pop, programming e non ultimi ottimi sideman si raggiunge un buon livello, con assoli di pregio come quelli di Sam Skelton. Tutto scorre in modo fluido per il piacere degli ascoltatori mostrandoci un’artista che nel genere sa aggiungere accenti nuovi.

Genere: smooth jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2017

Tracklist

01. Fly Away Butterfly
02. Awakening
03. On My Way
04. Across the Sky
05. One Way
06. Mas Que Nada
07. Chasing Waterfalls
08. Never Thought It Would Be This Way
09. Tra
10. Mongos Lament
11. Love That Stumbles Across the Earth in Ecstasy

ago 06

Julian Gerstin Sextett -The One Who Makes You Happy

gerstin-the-one-who-makes-you-happy-cover-300x300“I like music that makes me think … and music that makes me sweat”, mi piace la musica che mi fa pensare, e che mi fa sudare, questo il motto del percussionista americano Julian Gerstin, leader di questo originale gruppo che ha inciso una musica fuori dall’ordinario, per il semplice fatto che con eleganza e cura nel dosaggio mette insieme ritmi cubani e sudamericani insieme a jazz e ritmi provenienti dall’area balcanica. Un’operazione complessa, ma che riesce grazie al virtuosismo dei musicisti che lo accompagnano. Anna Patton al clarinetto, Don Anderson alla tromba ed al flicorno, Eugene Uman al pianoforte, Wes Brown al contrabbasso e Ben James alla batteria sono un band compatta che pratica le idee del leader, sono tutti musicisti a loro agio in loro progetti e con diversi generi musicali. Molto colloquiale Don Anderson su Polar Bear Meltdown, i suoi assoli sul disco sono ricchi di fantasia e ben ideati sul tappeto ritmico del leader e della ritmica. I Remember It Differently è un brano speciale, in cui arrivano ritmi balcanici a dare nuove idee collaborative alle percussioni del leader, molto bello il tema e l’assolo della clarinettista Anna Patton, che mette in mostra tutto il suo valore e che fa pensare ad un altro grande, Chris Speed e la sua band Pachora. Molto bello all’interno del brano l’assolo del leader e percussionista, al di là di qualunque previsione dell’ascoltatore. Piú romantico e sognante The One Who Makes You Happy, qui è il pianista Eugen Uman a mettersi in mostra. Child Left Behind è un brano più jazzistico, illuminato dagli assoli del trombettista e della clarinettista, subito dopo si cambia registro, Apprendiendo Como Amar è eseguito dal leader e da un quartetto di percussionisti cubani. Un disco ricco di idee e che mette insieme con inusuale coerenza ritmi e culture musicali differenti.

Genere: jazz
Label: Scholz Productions
Anno 2017

Tracklist

01. Iroko Hop
02. Polar Bear Meltdown
03. I Remember It Differently
04. The One Who Makes You Happy
05. Kaiman Ka Mode
06. Child Left Behind
07. Apprendiendo Como Amar
08. The King Dreams of Flying
09. Dig It Deeper
10. Mongos Lament
11. Love That Stumbles Across the Earth in Ecstasy

ago 05

Cecile McLorin Salvant – Dreams and Daggers

mac1120_cecile_dad_cover_1500x1500_rgb_72dpi__art_imgLa cantante americana di colore Cecile McLorin Salvant è ormai alla sua terza registrazione, in versione doppio CD o triplo LP, che ne conferma il valore come una delle grandi cantanti contemporanee. Ad accompagnarla il fido trio intorno al pianista aaron Diehl con Paul Sikivie al contrabbasso e Lawrence Leathers alla batteria. Ci sono anche altri musicisti, su And Yet che apre il disco, More, You’re My Thrill e The Worm c’è il quartetto d’archi Catalyst Quartet insieme al trio, su Red Instead e Fascination è da sola con gli archi, su su You’ve Got To Give Me Some è accompagnata soltanto dal pianista Sullivan Fortner. In parte registrato dal vivo al Village Vanguard a New York ed in parte in studio, quest’album mostra una cantante nel pieno del suo vigore fisico ed artistico, una voce che dà la sua impronta a standard del jazz ed altri brani più moderni, il tutto accompagnato con gusto e misura dai suoi sideman. Il contatto con i pubblico è immediato: nei brani dal vivo si ascoltano gli applausi e si respira l’atmosfera del club. Anche in studio non ci fa mancare le emozioni, in grado com’è di dirigere le esecuzioni, che sia jazz o blues in qualche brano. Nei ben ventitré brani non si avverte mai l’ombra della stanchezza, da uno all’altro la musica scorre con facilità. Il suo innato senso dello swing funziona anche quando si fa accompagnare dal quartetto d’archi, come sul breve Red Instead, di sua composizione, poi arriva Runnin’ Wild, accompagnata soltanto dal contrabbasso e dalla batteria e quando arriva l’applauso del pubblico non si può che concordare con tanto entusiasmo! Oltre alla qualità artistica della musica è anche da sottolineare il lavoro dei tecnici del suono.

Genere: vocal jazz
Label: Mack Avenue Records
Anno 2017

Tracklist
CD 1
01. And Yet
02. Devil May Care
03. Mad About The Boy
04. Sam Jones’ Blues
05. More
o6. Never Will I Marry
07. Somehow I Never Could Believe
08. If A Girl Isn’t Pretty
09. Red Instead
10. Runnin’ Wild
11. The Best Thing For You (Would Be Me)
CD 2
01. You’re My Thrill
02. I Didn’t Know What Time It Was
03. Tell Me What They’re Saying Can’t Be True
04. Nothing Like You
05. You’ve Got To Give Me Some
06. The Worm
07. My Man’s Gone Now
08. Let’s Face The Music And Dance
09. Si J’étais Blanche
10. Fascination
11. Wild Women Don’t Have The Blues
12. You’re Getting To Be A Habit With Me

lug 28

White Lies @ Ferrara Sotto Le Stelle

Siamo arrivati all’ultima data di questa edizione di Ferrara Sotto le Stelle e non posso non iniziare questo ultimo live report dicendo che anche quest’anno se ne sono viste delle belle: con 6 concerti spalmati nell’arco di circa un mese tra piazza Castello ed il cortile del Castello Estense, la nuova direzione artistica è riuscita a proseguire nell’intento di mixare la musica emergente con le icone alternative, il tutto con un ottimo gusto ed ottenendo anche in questa ventiduesima edizione un buonissimo risultato.
20502714_10212496593862584_2135354527_oLa chiusura del cartellone è affidata ai White Lies, gruppo che sinceramente conosco poco ma che per quel poco che conosco mi incuriosisce abbastanza. Devo dire che questo è un live report un pò difficile, perchè nonostante la mia positività generale di fronte alla musica e soprattutto a quella dal vivo, in questo caso rimango con numerosi dubbi. Ma procediamo con ordine.
Arrivo puntuale in centro, costeggiando il chiosco di fronte al castello Estense che sta proponendo la serata karaoke, e mi dirigo all’ingresso, dove parecchia gente aspetta di entrare. Data soldout, le mura del baluardo estense racchiudono già parecchia gente di tutti i tipi. Timidamente sale sul palco l’opening act, una tipa che si fa chiamare Lilian More, propone un rock abbastanza energico, ma che schiettamente non fa gridare al miracolo. Trascorro quasi tutto il tempo quindi a chiaccherare con un amico che si occupa della parte tecnica del festival, mi racconta che i White Lies gli hanno fatto una buonissima impressione, che il loro setup è essenziale e scarno, e che ha sentito che loro stanno in tour solo dal giovedì alla domenica e i primi tre giorni della settimana li passano sempre a casa in Inghilterra con le loro famiglie; giusto, penso tra me e me, e queste descrizioni accrescono in parte la mia curiosità ed interesse verso di loro. Qualche minuto dopo le 22, si rispengono le luci e salgono sul palco i 4 di Ealing: la partenza è un po’ in sordina, i suoni sono poco equilibrati in quanto la potente voce di Harry sovrasta tutto lo strumentale. 20472659_10212496593622578_484485847_oVoce potente, ma fino ad un certo punto: già dai primi brani noto una sorta di affaticamento, soprattutto nel passare dalle parti basse a quelle alte, insomma sembra quasi che o abbia sofferto di laringite negli ultimi giorni, o che sia in evidente debito di ossigeno. La performance è un po’ approssimativa, piuttosto statica anche, non ci sono particolari picchi ma ciononostante il pubblico degli adepti reagisce bene, tant’è che di fianco ho un signore sulla cinquantina che si dimena facendo svolazzare il suo ciuffo canuto a destra e a manca. Non so, ma il tutto crea un’atmosfera un po’ surreale, mi dà una percezione strana, quasi come se i White Lies avessero già 20 anni di carriera alle spalle e stessimo assistendo ad uno dei loro ultimi concerti prima del ritiro dalle scene causa affaticamento. Indubbiamente i cavalli di battaglia anche se non eseguiti in maniera impeccabile riscuotono grandissima approvazione da parte dei più, e c’è anche da ammettere che da metà concerto in poi i suoni si sono amalgamati ed alcuni brani riescono a coinvolgermi più di quello che avrei pensato ad inizio concerto. Nel complesso, è un’ora e un quarto di buona musica, eseguita un po’ così così (non mi sbilancio troppo perchè non ho strumenti per farlo, non sono nè musicista, nè tecnico del suono, nè scrivo per NME, ma cerco comunque di essere obbiettivo e coerente con il mio punto di vista e le mie percezioni); insomma la loro musica non mi dispiace ma la performance per quanto mi riguarda lascia un po’ a desiderare. Mi viene quasi la curiosità di interpellare uno a caso tra i loro adepti (perchè di gente con t-shirt del gruppo ce n’è parecchia) per chiedergli se ciò a cui sta assistendo è di livello, ma guardandomi in giro vedo comunque tanti ballare, esultare, applaudire, farsi coinvolgere e soprattutto cantare a squarciagola tutti i brani. Probabilmente quindi la mia è una percezione fuori dal coro, tant’è che torno a casa un po’ deluso. Delusione che però non inficia nella riuscita di questa ventiduesima edizione di un festival che ogni estate riesce a portare una ventata di freschezza musicale nella mia città, quindi, nonostante questa data di chiusura un po’ discutibile (che ovviamente non può dipendere dalla direzione artistica, ci mancherebbe) un ringraziamento a chi ogni anno lavora per realizzare tutto questo mi sembra doveroso.

Un grazie speciale come sempre a Sara Tosi per queste e per tutte le altre stupende foto del festival.

lug 20

Le Luci Della Centrale Elettrica @ Ferrara Sotto Le Stelle

Mercoledì 19 luglio 2017, la data in cui devo ricredermi, la data in cui devo fare un passo indietro e rivedere ciò che penso su Le Luci Della Centrale Elettrica. Questa volta non posso fare il pirla come tre anni fa, quando forse più per esercizio stilistico ho recensito il suo live a Ferrara Sotto Le Stelle come se io stesso stessi scrivendo una sua canzone (però l’esperimento fu bello), questa volta Vasco mi mette alle strette e mi colpisce all’interno, non mi obbliga ma mi stimola a scriver molto bene di lui. Ma procediamo con ordine.
20251319_10212419660099288_1774750494_oIn una giornata in cui una delle poche (se non l’unica) gioie è cenare al volo al Mc Donald’s e riscoprire il gusto gommoso ed ipnotico del doppio cheeseburger (questa volta con aggiunta di bacon), mi appropinquo deciso verso il centro di Ferrara, deciso ma al tempo stesso decisamente rincoglionito e spossato, che nemmeno quel nutrimento che mi ha regalato quell’attimo di felicità è riuscito però a rinvigorirmi. Il sole è ancora abbastanza alto, mi ricopro le caviglie di Autan protettivo (rigorosamente tropical) e varco l’ingresso sul ponte levatoio del Castello Estense, dove ad attendermi c’è la mia fida accreditatrice che spalancando gli occhi mi redarguisce per essere arrivato prestissimo. In effetti all’interno c’è silenzio ed una quarantina di persone accampate, sedute ai piedi del palco in attesa. Inganno il tempo curiosando su internet, e scopro che in effetti a questo giro i concerti iniziano alle nove e mezza, ma nel frattempo la gente più sveglia di me inizia ad arrivare all’ora giusta. Poco dopo infatti sale sul palco Colombre, opening act confermato un po’ all’ultimo ma davvero una gradevole scoperta: è un personaggio strano, un calimero cantautorale, mi ricorda i Selton ma senza il Brasile, è emozionato ma sicuro di sè, e d’altronde penso che ci voglia coraggio e sicurezza per salire sul palco solo in compagnia di una chitarra, a cantare le tue canzoni. Molto belle tra l’altro, mi colpiscono per la loro schiettezza e semplicità, i temi trattati sono contemporanei, si passa da venature romantiche, ad accompagnamenti più funky, senza trascurare anche aspetti delicati (il brano TSO è eccezionale), il tutto cosparso da un neanche troppo lieve pessimismo che va abbastanza di moda (e come biasimarlo?). Colombre mi piace, ma ascoltarlo mi fa andare oltre con la mente, e lo penso accompagnato da una band, forse avrebbe più forza, sarebbe anche potenzialmente più radiofonico, ma probabilmente è una scelta appositamente non voluta, o forse deve semplicemente crescere artisticamente. 20205955_10212419660179290_148020433_oCrescita che ha fatto il nostro Vasco Brondi: nostro perchè è di Ferrara, e stasera gioca in casa; crescita perchè anche lui è partito con chitarra e voce, ed ora si trova sul palco di casa sua accompagnato da una band vera e propria (ed anche il suo ultimo lavoro discografico è testimone di una nuova dimensione musicale in cui gli strumenti hanno preso una posizione fondamentale che conferma la ricerca di una nuova cifra stilistica). Band con le movenze di una boyband, che cozza un po’ con la presenza scenica perennemente ciondolante del barbuto Vasco, band che però supporta molto molto bene sia i brani di Terra, che quelli dei precedenti album, riarrangiati a dovere. Devo quindi buttar via il pregiudizio iniziale che finora mi ha condizionato, e nonostante alla prima impressione penso che i brani classici “chitarra+voce” non funzionino alla perfezione, mi devo ricredere canzone dopo canzone perchè vengo coinvolto, ed arrivo alla conclusione che se dovesse ripubblicare questi brani così riarrangiati, li comprerei pure. Insomma, la forma canzone “brondiana” prende un’altra piega nella dimensione live, una piega che è coinvolgente e completa: in qualche brano si balla e si battono le mani a tempo, si canta a coro come Nel Profondo Veneto a chiusura concerto, in alcuni si poga nelle prime file a tal punto che i giganti della security minacciano di intervenire, in altri ci si commuove sul serio come una ragazza vicino alla postazione del fonico. Vasco mi è diventato più simpatico (o forse lo era anche prima, ma non ho saputo cogliere) anche negli intermezzi tra un brano e l’altro, dove racconta un po’ di aneddoti sulla sua città, che in questa occasione lo ospita (mi chiedevo infatti raggiungendo piazza Castello, se sarebbe venuto in bici o cosa… poi è lui stesso a dire che è venuto addirittura a piedi), di quando scriveva le canzoni fino alle 18 prima di andare a lavorare come barista al Korova (e poi esegue Piromani, forse un po’ il suo cavallo di battaglia), di come spendere 10 milioni di vecchie lire per acquistare un pianoforte come ha fatto Alda Merini, di come ci si debba sentire fortunati a crescere in un posto dove ci si annoia tantissimo (e come dargli torto); ed è proprio questa la chiave di lettura che forse non ho mai notato, che mi fa stravolgere l’opinione, che mi rende interessanti anche quelle vecchie canzoni in cui io percepivo solo un agglomerato di parole “ad-cazzum” selezionate accuratamente perchè suonano bene messe una dopo l’altra, che mi rende piacevolissimi i brani del nuovo album, che mi fa apprezzare tutto l’insieme e che mi fa augurare una lunga carriera ed una continua crescita a questo ferrarese che nel suo piccolo/grande, è riuscito a svoltare. Bravo Vasco, mi hai fatto ricredere.

Grazie a Sara Tosi per il supporto fotografico.

lug 15

The Essence Quartet – Here & Now

19424228_1921727694782784_2362671605053145526_nDopo anni di studi ed incontri con musicisti ed insegnanti di jazz i musicisti del The Essence Quartet sono arrivati a questo CD che rappresenta il momento attuale di quella che è la loro ricerca di strumentisti e compositori. I quattro sono il pianista Emanuele Sartoris, la finlandese Sara Kari al sax alto, Dario Scopesi al contrabbasso e Antonio Stizzoli alla batteria. Ci sono due ospiti, Maurizio Brunod alla chitarra elettrica e Diego Borotti al sax tenore, ognuno su due brani. Insieme alle composizioni dei musicisti del quartetto, tre di Sartoris, tre di Sara Kari, una di Scopesi e una di Stizzoli, c’è il famoso standard Beautiful Love di Victor Young. La musica dei quattro è fondata su radici eterogenee: il bop, la fusion, l’improvvisazione più libera insieme a momenti in cui tutti seguono la partitura. È un post mainstream, se possiamo chiamarlo così, che ha qualcosa di originale rispetto a quello che è il jazz made in Italy, ma senza per questo rinnegare le sue radici europee. Ci sono assoli notevoli da un brano all’altro, prendiamo ad esempio Hypnosis insieme all’ospite Diego Borotti al sax tenore, il pianista è proprio in stato di grazia e i due sassofonisti si completano a meraviglia. Oppure C.A.T.> con la chitarra elettrica di Brunod a dare un profumo di fusion all’esecuzione. Blueberry Fields comincia con l’assolo del contrabbasso, poi arrivano il pianoforte ed il sognante sax alto della Kari. È un disco che si ascolta tutto di un pezzo, senza interruzioni, compatto, con un suono di gruppo che è una vera sorpresa. È un quartetto che ha trovato la propria identità già al suo esordio su disco.

Genere: modern jazz
Label: Emme Record Label
Anno 2017

Tracklist

01. Bouncin’
02. Architecture
03. While 1
04. C.A.T.
05. Hypnosis
06. Blueberry Fields
07. Sixth Sense
08. Captain Kirk & Doctor Bones
09. Beautiful Love

lug 07

Free Radicals – Outside the Confort Zone

frontLa band americana di Houston Free Radicals è ormai da venti anni insieme e sempre presente dove ci sono voci di protesta riguardo la situazione politica. I musicisti sono Jason Jackson sax alto, Aaron Varnell sax tenore, Pete Sullivan sax baritono, Tom VandenBoom trombone, Matt Serice tromba e tastiere, Nick Cooper batteria, Al Bear chitarra, Jacob Breier basso e Nick Gonzalez sousaphone. Ci sono ovviamente numerosi ospiti, fra questi Harry Sheppard & Damon Choice, due vibrafonisti che hanno già suonato nelle orchestre di Benny Goodman e Sun Ra. Gli altri aggiungono un bel contributo al suono della band, ricco di ritmi e spinto da una continua propulsione che è molto gradita dal pubblico. Fra assoli dei sassofonisti e della chitarra elettrica da un brano all’altro tutto sembra energizzarsi traendo forza da una fonte inesauribile. C’è il mainstream, il funky, il rock, la fusion, la loro musica sfugge alle classificazioni e abbatte le barriere fra i generi, ma ciò ha poco importanza perché nonstante tutto attirano il pubblico. Fra i brani alcuni sono molto gradevoli, The Legals Have a Lunch che apre l’album, oppure Dadaab, con la chitarra elettrica e le percussioni, dall’aspetto vagatamente reggae, oppure Angola con il susaphone, il sax baritono e le tastiere in bella evidenza. Un disco divertente, che sa farsi apprezzare un pò da tutti.

Genere: jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2017

Tracklist

01. The Legals Have a Lunch
02. Doomsday Clock
03. Chicha Revolution
04. Carry Me to My Grave
05. Screaming
06. Dadaab
07. Freedom of Consumption
08. Angola
09. Manifest Dust Bunny
10. Water Beats Rock
11. Solidaridad de la Sierra
12. Audacity of Drones
13. Beyond Vietnam
14. Space Witch
15. Scrapple from the DAPL
16. New sanctuary Movement
17. Cabinet for Sale
18. Stump Stomp
19. Cheeto News Coma
20. Survival of the Oblivion
21. Ambush ICE
22. A Call for All Demons
23. American Food Chain

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