gen 09

David Haney – Q Sessions

e3614106d681a032b6c200eb04ded8aa Questo doppio CD del pianista di origine canadese David Haney documenta due suoi concerti in Argentina risalenti al 2015, in duo insieme al contrabbassista Jorge Hernaez a Buenos Aires il primo, il secondo in trio a Mendoza insieme a Hernaez ed al chitarrista David Bajda. È una collaborazione di vecchia data quella che lega Haney ai musicisti argentini, che risale al 2002, fra un concerto e l’altro si è sviluppata non solo un’amicizia, ma anche un’intesa telepatica con Hernaez così che l’idea della composizione spontanea, dal vivo, come la definisce Haney, ha trovato modo di realizzarsi pienamente. Ci troviamo qui davanti a due set di musica improvvisata, tranne Tweleve Bars dal primo disco che è di Herbie Nichols. La musica dei due si fa ascoltare con facilità, sincera e ricca di emozioni, raccoglie l’eredità dei grandi pianisti jazz, da Monk a Mal Waldron alle avanguardie, reinterpretate in modo soft, attirando così l’attenzione e la curiosità dell’ascoltatore. Emerge sempre qualcosa di speciale dal suo pianoforte e dal contrabbasso, atmosfere che cambiano nel secondo disco, quando l’entrata in scena del chitarrista David Bajda rende la musica più concitata. Funziona, i tre si ascoltano a vicenda, il ruolo di solista del contrabbasso ben si amalgama con la chitarra, mentre il pianoforte riesce a trovare uno spazio preciso nel gorgo di note che i tre riversano sul pubblico. Qualche brano gioca su un’estemporaneo astrattismo, ad esempio Coming Sur, oppure su un senso del ritmo che va al di là dei soliti schemi, in Dajo Half Step, in linea con una comunicazione che funziona all’istante senza che nessuno cerchi di prevalere. Così anche qui spuntano atmosfere suggestive, che poco hanno a che fare con le musiche sudamericane che tuttavia a volte riappaiono come dietro un velo, Tocayo ad esempio. per poi scomparire nei meandri di improvvisazioni che attirano l’ascoltatore come in un vortice. “You don’t go to Argentina to get famous, you go there to rescue your soul and to rediscover your passion”, scrive Haney, un proposito riuscito anche dal punto di vista musicale in questi due concerti.

Label: Slam Productions

Year: 2016

Tracklist

CD1
01. ABACADA
02. Usina Sprint
03. Twelve Bars/Improv
04. Tiempo de Swing
05. Night Sounding
06. Song For Julia
07. Farewell Flight

CD2

01. Guiba
02. Coming Sur
03. Dajo Half Step
04. Chronos of Lycea
05. Tocayo
06. Vermejo
07. Resonance
08. Reflections on a Groove
09. Incision

gen 07

Paul Dunmall Brass Project – Maha Samadhi

d5ca45a18101405d297082e5155f2848Dopo le ultime incisioni dedicate alla musica di John Coltrane ed all’improvvisazione totale il sassofonista tenore inglese Paul Dunmall presenta ora una registrazione effettuata con l’aiuto del Consevatorio di Birmingham ed in cui l’aspetto compositivo è in primo piano. I titoli si riferiscono alla vita del mistico dell’India Sri Ramakrishna, ma la musica non impiega sitar o altri strumenti tipici di quel paese. Fin dall’inizio, con Ecstatic Unbearable Love si va verso una direzione jazzistica, con assoli travolgenti del leader al sax tenore e di Percy Pursglove alla tromba, supportati dagli ottoni e dalla ritmica di Olie Brice al contrabbasso e Tony Bianco alla batteria. Gli altri musicisti presenti sono Aaron Diaz e Alex Astbury alla tromba, Dave Sear e Josh Tagg al trombone, Josh Palmer e Jo Sweet alla tuba, Ed Bennett è il direttore. Nonostante la dedica al famoso mistico la musica mantiene l’aspetto delle ultime incisioni di Dunmall, e cioè movimentata, agitata, adrenalinica, energetica, anche se questa volta gli ottoni forniscono un ulteriore elemento che rende il tutto più compatto. Ecstatic Unbearable Love vuole rappresentare lo stato di estasi di Ramakrishna e ciò riesce senza ricorrere ad un free informale. Temple of the Mother’s Presence oltre al leader vede gli assoli di Aaron Diaz alla tromba (di stampo prettamente free) e di Dave Sear al trombone. Come sempre la ritmica tiene l’atmosfera vibrante, ricca di tensione. In the Cossipore Garden comincia con le tube che creano situazioni tranquille, poi arrivano gli assoli di Josh Tagg al trombone e Alex Astbury alla tromba e tutto cambia, grazie anche alla batteria di Tony Bianco, sempre concitata ed in fibrillazione. Il lungo Maha Samadhi è “illuminato” dall’assolo di Paul Dunmall, un solista di valore sullo sfondo degli ottoni, anche il contrabbassista Olie Brice riceve un lungo spazio che riempie con un assolo in cui emerge la sua maestria e padronanza tecnica allo strumento. Chiude Infinite City, ancora con un appassionato assolo del leader. Un’incisione riuscita e ricca di passione, in cui si mette insieme la forza dell’improvvisazione insieme alla partiture per gli ottoni.

Genere: modern jazz
Label: Slam Productions
Anno: 2016

Tracklist

01. Ecstatic Unbearable Love
02. Temple of the Mother’s Presence
03. In the Cossipore Garden
04. Maha Samadhi
05. Infinite City

dic 13

Laura Dubin Trio – Live at the Xerox Rochester International Jazz Festival

front-cover-onlyIl live della giovane pianista americana Laura Dubin, appena ventiquattro anni di età, insieme a Kieran Hanlon al contrabbasso ed il marito Antonio H. Guerrero alla batteria mette in mostra un bel talento che si ispira non solo al jazz, ma anche agli studi di musica classica effettuata. Si nota subito che conosce l’intera tradizione del piano jazz, gli standards, lo stride di Fats Waller insieme ad autori più moderni come Chick Corea, Bill Evans, Oscar Peterson o Michel Camilo. La sua è un’abilità innata che si unisce alla bella comunicatività con cui intrattiene il pubblico. La ritmica ben si presta alle avventure ritmiche della leader, Hanlon suona spesso con l’archetto dando inusuali colorità ai brani, mentre il batterista approccia il tutto con eleganza e raffinatezza. Due famose composizioni di musica classica fanno parte del repertorio del trio, la Sonata No. 11 “Rondo alla Turca” di Mozart e la Sonata No. 8 “Pathetique” di Beethoven, ambedue eseguite con fantasia, la prima con intermezzi di boogie-woogie, stride, bop, swing, un viaggio dalla classica agli stili del pianismo jazz, la seconda invece intrecciata insieme a citazioni di standards. In mezzo a tanti standards non manca lo spazio per proprie composizioni, da citare Thunderstorm, eseguita nello stile di un McCoy Tyner. È ancora presto per dire in che direzione andrà questo trio, che attualmente fa dell’eclettismo la propria forza. In ogni caso dall’inizio alla fine si avverte come i musicisti si divertano nelle esecuzioni insieme al pubblico, un’atmosfera ben colta dalla registrazione.

Genere: mainstream jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2016

Tracklist
CD 1
01. This Could Be the Start of Something Else
02. Thunderstorm
03. Ode to O.P.
04. Prelude from Le tombeau de Couperin/My Favourite Things
05. Prelude to a Kiss/Waltz Op. 64 No. 1 “Minute Waltz”
06. I Got Rhythm
07. Handful of Keys
08. Sonata No. 8 “Pathetique”
09. Green Arrow
10. Doc Z
11. Anxiety
CD 2
o1. Something ‘s Cookin’
02. Waltz for Billy/It’s De-Lovely
03. Invention for Nina
04. New York
05. No Mistery/How He Sobs/Spain
06. Kelly Green
07. On Fire
08. Reflets dans l’eau/Our Love is Here to Stay
09. Sonata No. 11 “Rondo alla Turca”
10. Barcelona

dic 04

Massimo Colombo – We All Love Burt Bacharach

1478423541_massimo-colombo-we-all-love-burt-bacharach-2016Il recente trio del pianista milanese Massimo Colombo insieme a Darek Oleskiewicz al contrabbasso e Peter Erskine alla batteria ha destato un certo interesse da parte di pubblico e critica così che si è pensato di ricreare ancora quel suono in una veste allargata. Con Giampaolo Pasquile e Michele Garruti nelle veste di produttori si è realizzato un progetto ambizioso dedicato alla musica di Burt Bacharach, in cui dal trio si è passato ad un quintetto insieme a Michael Stever alla tromba e flicorno e alla cantante Kathleen Grace , presente in nove dei tredici brani, ed ancora il percussionista Aaron Serfaty su I’ll Never Fall in Love Again e Bob Mintzer al sax tenore su Alfie ed al clarinetto basso su Arthur’s Theme e What the World Needs Now is Love. È un album che propone in chiave moderna la musica di Bacharach, ottimamente realizzato sia in sede di registrazione che nella scelta dei brani e della scaletta, si tratta di un jazz che guarda alla contemporaneità traendo ispirazione dal pop, dal funk, dallo swing. L’ecletticità delle fonti di ispirazione fa bene alla musica: la cantante Kathleen Grace (che viene dal country/folk) ben si abbina con il pianoforte swingante di Colombo e con una ritmica che si propone in modo intelligente, oltre a creare un ottimo amalgama con la bella voce della tromba e del flicorno di Michael Stever. Le famose di melodie di Bacharach (“Never be ashamed to write a melody that people remember” è rimasto un suo famoso motto) sono conosciute da tutti, eppure qui si nota che c’è ancora spazio per una reintrepretazione che appare creativa, prendiamo ad esempio Go Ask Shakespeare, con la tromba che riesce a creare un’atmosfera molto accattivante, da non dimenticare su questo brano l’assolo di Massimo Colombo, molto ispirato, geniale nell’evocare la bella melodia insieme ad un’improvvisazione in cui sceglie le note giuste nel modo giusto perfettamente supportato dalla ritmica che ne esalta le qualità. Arrivati alla fine del disco ci si accorge che la band intorno al pianista milanese ha fatto un lavoro straordinario in cui si mettono insieme la bellezza dei temi di Bacharach e la reale passione per la musica eseguita dei musicisti jazz.

Genere: vocal jazz
Label: Oracle Records
Anno 2016

Tracklist

01. The Look of Love
02. I’ll Never Fall in Love Again
03. Alfie
04. Raindrops Keep Fallin’ on My Head
05. Arthur’s Theme
06. God Give Me Strenght
07. Go Ask Shakespeare
08. I Say a Little Prayer
09. (They Long to Be) Close to You
10. This Guy is in Love with You
11. What the World Needs Now is Love
12. Walk On By
13. A House in Not Alone

nov 22

David Wise – Till They Lay Me Down

droppedImageIl quartetto intorno al sassofonista tenore David Wise suona per lo più in quella che è la West Coast e presenta una musica molto rilassata e dagli arrangiamenti raffinati ed eleganti. Ad accompagnare il sassofonista, che fra l’altro ha studiato con Gary Bartz, ci sono il famoso chitarrista Bruce Forman e la ritmica costituita da due giovani ma piuttosto ricercati sideman, Alex Frank al contrabbasso e Jake Reed alla batteria. Si comincia con What More Could One Man Want? in cui ci sono una serie di special guests, i cantanti Jason Joseph e Laura Mace, Josh Smith alla chitarra solista, una sezione fiati e Amy K. Bormet alle tastiere. Molto interessante come brano e ottima l’interpretazione di Jason Joseph che ben esterna il tipo di feeling che il titolo del brano vuole trasmettere. Le due ballads che seguono, in cui c’è anche il violoncello di Mikala Schmitz, e Here’s that Raily Day sono rispettivamente dedicate alla nonna ed al nonno del leader. Il suo sassofono suona appassionato, ricco di partecipazione per il ricordo di ciò che ha vissuto con i nonni. Kol Nidre è una melodia della liturgia ebrea che Wise affornta in solo al sax baritono. Segue Till They Lay Me Down che appare come un blues che vive in un’atmosfera notturna, gran accompagnamento del chitarrista. Lullaby è in duo con Forman e se il pubblico si addormenta vuol dire che l’ha eseguita alla perfezione, scrive il leader nelle liner notes! Negli ultimi due brani il sassofonista si esibisce anche come cantante, alla fine del disco la musica si fa movimentata e come scrive ancora Wise “free feel to stand up, clap your hands, move your feet whatever takes you there. Life is beautiful and you only get one. Thank you, and see you all next time around”. Come non dargli ragione!

Genere: mainstream jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2016

Tracklist

01. What More Could One Man Want?
02. Sylvia
03. Here’s that Rainy Day
04. Home
05. Kol Nidre
06. Till They Lay Me Down
07. Lullaby
08. Life is But a Song, Pt. 1 & 2
09. Life is But a Song, Pt. 3

nov 21

Misha – Dreaming with Eyes Wide Awake

Misha Steinhauer CoverLa cantante Misha Steinhauer è una vera artista che ha diversi dischi alle spalle, con musicisti russi – ha insegnato a Mosca – tedeschi e americani. Dal 2014 risiede a New York dove ha avuto modo di perfezioanre quelle che da sempre sono state le sue qualità musicali studiando al Queens College. Il nuovo disco la vede non solo nella veste di cantante, ma anche di autrice dei testi, della musica e degli arrangiamenti. Ad accompagnarla Hendrik Meurkens all’armonica a bocca ed al vibrafono, Glauco Lima al pianoforte,  Michał Jaros al contrabbasso e Samuel Martinelle alla batteria. Sono undici le canzoni che ha scritto e che formano un ciclo dedicato all’amore, dall’inizio alla fine passando per una riconcilazione. È uno sforzo enorne, ripagato però dalla bella musicalità che si snoda per tutto il disco, dall’inizio di Here Comes Autumn Again, una splendida ballad con parole che sono una riuscita poesia, fino al finale Time. Il contributo di Hendrik Meurkens è notevole, cinque brani al vibrafono e cinque all’armonica a bocca, dá varietà al disco e trova sempre le atmosfere giuste per sottolineare le liriche della cantante, in alcune esecuzioni molto significative. Su “Yet Another Love Song descrive le stranezze dell’amore nell’era di internet, Meurkens è all’armonica e aggiunge una voce intimistica all’atmosfera del brano, “I don’t want to sing another love song / It makes me sad to see some people / Searching for a new true love every day / As if hunting prey / In every easy victim they take delight / But the passion hardly outlives the night / And when the novelty is going the move on / I don’t want to be part of that game”. È un disco di una cantante che ha raggiunto un equilibrio notevole nelle varie parti del lavoro che portano all’incisione finale, dalla scrittura alla produzione alla leadership del gruppo. Brava!

 

Genere: vocal jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2016

Tracklist

01. Here Comes Autumn Again
02. No Cure
03. Where I Do Belong?
04. Hello, How Are You Doing?
05. She Wonders Why
06. Family Games
07. Day and Night
08. The House is Quiet
09. Dreaming with Eyes Wide Awake
10. Yet Another Love Song
11. Time

nov 20

Zarabande – El Toro

61D1OGJz-OL._SS500Anche se è radicata nella musica latina, la band Zarabande di El Toro Alfred Flores va oltre il genere, come si può ascoltare su questo album, proprio brillante per come riesce a mostrare una varietà di ritmi ed approcci armonici che lo rendono vario all’ascolto da un brano all’altro. La band è composta da Flores alla marimba e malletKat, Joe Caploe al vibrafono e percussioni, Mark Little al pianoforte, Pete Ojea al basso elettrico e Dean Macomber alla batteria. Non è un tipo di formazione fra le più comuni, vengono in mente i Double Image di David Friedman e Dave Samuels negli anni ’70, o il latin jazz di Cal Tjader occasionalmente con Bobby Hutcherson o Dave Pike, ma qui è ovvio che l’approccio è completamente differente e che Zarabande ha un suono e un modo di presentarsi originale. Il repertorio proviene da Mark Little, sei composizioni, e Joe Caploe, le altre tre. C’è fuoco, energia, calore nelle loro esecuzioni. Ogun apre l’album con un’incursione nel suono afro-latino, ricco di percussioni e con un tocco caraibico dato dalle malletKat che imitano gli steel drum di Trinidad. Gli assoli alla marimba sono impressionanti, ad esempio il finale Bebé, dall’insieme con il vibrafono ed il pianoforte spunta un suono energizzante, anche Judah Memphis è un brano in cui i tre strumenti si succedono con assoli di tutto rispetto. Giant è ancora con le malletKat a fare gli steel drum che si intrecciano con le note del vibrafono di Caploe. The West Wind ha una bella melodia, cantabile, il pianoforte prima e la marimba dopo creano momenti di gran classe, l’ottima ritmica puntualizza gli assoli dei due con precisione. Ancora ricco di energia è El Toro che dà il titolo all’album. Zarabande presenta un latin jazz ben organizzato ed una musica orginale che ha tutte le qualità per farsi apprezzare a livello internazionale.

Genere: latin jazz
Label: Autoprodotto
Anno 2016

Tracklist

01. Ogun
02. Zarabande
03. The West Wind
04. The Painful Truth
05. Judah Memphis
06. Praise
07. Giant
08. El Toro
09. Bebé

nov 19

The Sugar Hill Trio – The Drive

14212199_1770074233242983_516325074285964795_nLo The Sugar Hill Trio è composto da Helge Christian Torkewitz al sax tenore ed al flauto in due brani, Austin Walker alla batteria e Dylan Shamat al contrabbasso in quattro brani e Leon Boykins sempre al contrabbasso negli altri sette. I musicisti coinvolti hanno tutti uno studio alle spalle ed operano in ambito internazionale, la loro base resta però Harlem a New York. È qui che è venuta fuori l’idea di questa incisione autoprodotta, nata in modo piuttosto spontaneo, molti dei brani proposti sono “first take” e colgono la loro ispirazione al momento. Il titolo del disco, The Drive coglie bene le intenzioni musicali, è una musica spinta da una ritmica molto propulsiva ed in cui il sassofonista tenore suona con energia senza lasciarsi scolvogere dalla velocità dei ritmi proposti. Per lo più si tratta di standard, sono soltanto tre le composizioni di Torkewitz. Minority che apre il disco è di Gigy Gryce, un esordio piuttosto forte in cui risalta il tema, proposto in modo molto dinamico e l’esecuzione, carica di adrenalina. Spiral di John Coltrane è eseguita con passione, qui il lavoro al contrabbasso di Leon Boykins è di gran classe. Sunbeams è una ballad, scritta dal leader, per l’occasione al flauto, l’altro brano in cui suona questo strumento è Drive di Oliver Nelson, una veloce esecuzione da lui affrontata con una magistrale perfezione tecnica. Ask Me Now di Thelonious Monk è eseguita con vivacità e molta cura per la bella melodia. Sugli ultimi due brani dell’incisione, Like Someone in Love di Jimmy van Heusen e Theme for Basie di Phineas Newborn agiscono in modo diverso, sul primo c’è un ottimo
assolo alla batteria di Austin, sul secondo stanno compatti come trio, così dimostrano di potere afffontare tutte le dinamiche e le sfaccettature che questo tipo di formazione comporta.

Genere: modern jazz
Label: Goschart Music
Anno 2016

Tracklist

01. Minority
02. Open Circle
03. Spiral
04. Sunbeams
05. The Night Has a Thousand Eyes
06. The Drive
07. You’re My Everything
08. Handles
09. Ask Me Now
10. Like Someone in Love
11. Theme for Basie

nov 18

Carol Liebowitz Nick Lyons – First Set

FirstSet_NA1002-medEcco un’incisione live che coglie un particolare momento di ispirazione da un concerto tenuto dal duo costituito da Carol Liebowitz al pianoforte e dal sassofonista contralto Nick Lyons. Sono nel loft della pianista Connie Crothers, di recente scomparsa, che ha fatto anche da tecnico della registrazione, soltanto l’ultimo brano del disco, Another Time, è stato registrato in studio. È una musica eterea e soffusa quella che i due ci propongono, il pianismo “liquido” ed il sassofono, suonato in modo oggettivo, privo di vibrato, si ritrovano in un’atsmosfera che ha tuttavia qualcosa di coinvolgente, forse per l’originalità della proposta, o forse perché sotto l’apparente tranquillità sotto la superficie scorre tanta energia. Carol’s Dream apre il set, che viene chiuso da Roy’s Joy, due composizioni di Connie Crothers, il resto invece sono improvvisazioni in libertà, linee melodiche, armonie, temi colti al volo dall’ispirazione del momento scavando in profondità dentro quelli che sono i meandri che si nascondono nelle idee degli esecutori. Alcune cose sono proprio brillanti, il lungo The Very Thing ad esempio, otto minuti in cui la musica procede in modo intimistico, quasi dei flashback di idee, densa di significato. L’avanguardia dei due appare accessibile, comunicativa, ricca di idee, persino facile e godibile. Reverie on a Sundy Afternoon o Ephemera rappresentano una musica eterea, che ha le radici nel jazz ma che in fondo sfugge ad ogni classificazione. Roy’s Joy con le belle linee del sax alto, pulite e precise, è un’esecuzione molto ispirata. Another Time che chiude l’album è una ballad soffusa, dal fascino sottile. I due sanno come sedurre l’ascoltatore e lasciare una traccia profonda nel suo stato d’animo. La loro esibizione è di quelle su cui per un motivo o l’altro si ritorna per apprezzarla e scoprirne nuovi aspetti.

Genere: avanguardia
Label: Line Art Records
Anno 2016

Tracklist

01. Carol’s Dream
02. Turquoise Echo
03. Twain Shall Meet
04. The Very Thing
05. Ephemera
06. Reverie on a Sunday Afternoon
07. Roy’s Joy
08. Another Time

nov 16

Rodrigo Amado Motion Trio – Desire & Freedom

Cover FINAL peqIl Motion Trio del sassofonista tenore portoghese Rodrigo Amado insieme ai connazionali Miguel Mira al violoncello e Gabriel Ferrandini alla batteria è ormai una formazione dalle esibizioni compatte che ha acquistato un proprio suono, perfettamente riconoscibile in quello che è il panorama internazionale della musica improvvisata. I tre fanno della libertà un cavallo di battaglia, ma la loro non è una libertà caotica: all’interno della copertina c’è una citazione di Jack Parson: “Freedom is a two-edged sword of which one edge is liberty and the other responsability, on which both edges are exceedingly sharp”. Sono citazioni che appaiono nei tre titoli del disco inciso in studio a Lisbona. Sono lunghe esecuzioni, rispettivamente di quindici, diciassette e venti minuti, in cui si esplorano le possibilità intrinseche a questo tipo di formazione. Miguel Mira con i suoi veloci passaggi in pizzicato ed i ritmi frantumati di Ferrandini danno il giusto supporto al sassofono tenore di Rodrigo, a volte roco, passionale, altre volte più controllato, ma sempre capace di esplorare architetture complesse, di guidare improvvisazioni che si sviluppano generando situazioni inaspettate. Liberty comincia con un lungo momento in cui il violoncello e la batteria trovano un interessante dialogo a due, poi l’arrivo del sax tenore dá dinamicità al brano, i tre procedono collettivamente in modo veloce ma mai scomposto portando l’esecuzione su altri terreni. Da notare sono la bella pronunicia al sax tenore di Rogdrigo, l’incalzante pizzicato del violoncello di Mira e la batteria ipercinetica con continui cambi di ritmo e sonorità. Verso la fine del brano un bel momento in duo di Rodrigo e Mira, un’atmosfera concitata cui si aggiunge la batteria a chiudere il brano. Responsability è il brano più lungo, i tre orma
i proseguono compatti, senza momenti a vuoto, consci delle loro forza di gruppo e della capacità di entrare in sintonia con l’ascoltatore. Il brano è piuttosto vario nelle dinamiche e nelle sonorità, un ottimo esempio della capacità di improvvisare e delle possibilità che questo trio utilizza. Il loro è un dialogo “totale” che lascia il segno all’ascolto.

Genere: free jazz
Label: Not Two Records
Anno 2016

Tracklist

01. Freedom is a Two-Edged Sword
02. Liberty
03. Responsability

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