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	<title>musicZoom &#187; the new pornographers &raquo; musicZoom</title>
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		<title>The New Pornographers – Brill Bruisers</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2014 15:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Max Sannella]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=20489' addthis:title='The New Pornographers – Brill Bruisers '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-20490" alt="Brill+Bruisers+High+Quality+PNG" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2014/09/Brill+Bruisers+High+Quality+PNG-300x300.png" width="300" height="300" />Ogni rientro discografico dei<strong> The New Pornographers</strong> è da salutare come una carica caffeinica che non ti aspetteresti mai, la loro baldanza pop power è decisamente la cosa sonante che più ti può “raddrizzare” una di quelle giornate storte e al flavour di sfiga che possano capitare. I loro brani – oltre che ad essere manna per palinsesti radiofonici – sono solari ed intelligenti, bolle di ottimismo ed entusiasmo che ti seguono ovunque lasciandoti in testa quel sano torpore primaverile anche in inverno profondo.<br />
<strong><em>Brill Bruisers</em></strong> è il nuovo lavoro dei canadesi, dodici canzoni dai mille colori, ballate apparentemente innocenti, ma che nascondono una verve acuta e raffinata, un pop – il loro – che tra neon fluorescenti, luci stroboscopiche e giochi riflettenti non passa mai di moda, sempre pronto a cavalcare il momento e il tutto nella semplicità di una combriccola di amiconi che si ritrovano a suonare in ogni angolo della quotidianità. Volendo anche disco di ottimi tormentoni in cui Neko Case, Dan Bejar, Carl Newman e Kathryn Calder riversano arcobaleni e fremiti che si ricordano sempre, si ricantano sotto la doccia o durante una passeggiatina al parco vicino, non ti lasciano per un bel po di tempo, una bella compagnia che non scacci mai.<br />
La coralità della titletrack, il jumping brioso di <em>Fantasy fool</em>, gli anni Sessanta di <em>Backstairs </em>e<em> Dancehall</em> domine o il surfing che costella la finale <em>You tell me where</em>, sono gli elementi campione di un disco come sempre dalla ampie possibilità di occupare la vostra mente e farvi scordare qualsiasi cosa, magari anche uscire di casa senza scarpe o addirittura in mutande.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Label: Matador<br />
Anno: 2014</p>
<p>Tracklist:</p>
<p>1. Brill Bruisers<br />
2. Champions of Red Wine<br />
3. Fantasy Fools<br />
4. War on the East Coast<br />
5. Backstairs<br />
6. Marching Orders<br />
7. Another Drug Deal of the Heart<br />
8. Born with a Sound<br />
9. Wide Eyes<br />
10. Dancehall Domine<br />
11. Spidyr<br />
12. Hi-Rise<br />
13. You Tell Me Where</p>
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		<title>Neko Case &#8211; The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Sep 2013 15:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=15171' addthis:title='Neko Case &#8211; The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-15172" title="9333" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/09/9333-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>L’estensione chilometrica del titolo del nuovo, sesto album di <strong>Neko Case</strong>, <strong><em>The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You</em></strong> (di memoria Appleiana), indica, sin dal principio, la complessità e l’urgenza vitale dell’interprete. Il seguito del successo <em><strong>Middle Cyclone</strong></em> (2009) ci ripropone l’autrice in uno stato di grazia assoluto: non ci sono cadute di stile, nonostante la grande eterogeneità dei brani che lo compongono. Frutto di un periodo di profonda depressione, The Worse Things snocciola riflessioni sulla solitudine, la morte, l’amore, l’infanzia, su un power pop tutt’altro che malinconico o manieristico. Inoltre, il timbro della Case riesce ad impreziosire ogni singolo passaggio, in un calderone di generi diversi, che spaziano dal country rock, al post grunge, alla tradizione della canzone americana, fino a lambire i territori di un jazz d’avanguardia. Ad aiutarla in questa catarsi di rabbia e dolore, un parterre di ospiti di primordine: membri dei <strong>New Pornographers</strong> (di cui la stessa Neko fa parte, di tanto in tanto), il musicista e produttore <strong>Howe Gelb</strong> (già al lavoro con l’ultima <strong>KT Tunstall</strong>), M. Ward, apprezzato chitarrista indie folk e membro degli <strong>She &amp; Him</strong>, e componenti di band di culto, quali <strong>Calexico, Los Lobos, My Morning Jacket.</strong> Tutto a dimostrazione dello status della Case nella scena attuale americana: status più che meritato, data la profondità e la ricchezza di The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You, uno dei migliori album di cantautorato di questo 2013.<br />
Il pregio di questo lavoro sta nel riuscire a concentrare la mastodontica vena creativa della sua artista in sole dodici tracce, per lo più, di breve durata, ma di altissimo livello. L’apertura, affidata a <em>Wild Creatures</em>, è difficile da dimenticare: le note di piano si sposano a un’evoluzione di roboanti batterie e chitarre elettriche, in cui il verso finale è manifesto dell’intero lavoro: There’s no mother’s hands to quiet me. <em>Night Still Comes</em> è un tradizionale e riuscito pop rock dal ritornello memorabile, che richiama le atmosfere di <em>Eleanor Friedberger,</em> mentre il singolo <em>Man</em>, con il prezioso aiuto alle chitarre di M. Ward, è una cavalcata rock’n’roll, dalle atmosfere quasi grunge, alla <strong>Hole</strong>. Se<em> I’m From Nowhere</em> rallenta i ritmi con una delicata ballata acustica, il country folk di <em>Bracing For Sunday</em> ricalca l’energia della prima Tunstall con l’aggiunta di fiati. Nearly Midnight, Honolulu è una delle numerose perle: un interludio a cappella, dove la nuda voce della Case giganteggia sull’assenza di strumenti, mossa da dolore e  tangibile pathos. <em>Calling Cards</em> è un country jazz, su pedal steel e dai toni notturni (inevitabile il paragone con <strong>Joni Mitchell</strong>), <strong>City Swans</strong> è un folk rock alla <strong>Neil Young</strong>, <em>Local Girl</em> è un soul Sixties, a metà strada tra <strong>Duffy</strong> e<strong> Gemma Ray</strong>, la conclusiva <em>Ragtime</em> è una marcetta rock’n’roll divertente, inframmezzata da una tromba. La rilettura di <em>Afraid</em> di <strong>Nico</strong> si regge sull’essenziale interpretazione vocale e qualche accenno musicale, ricordando la dolcezza delle ninne nanne di <strong>Simone White</strong>. Menzione speciale per <em>Where Did I Leave That Fire</em>, dagli echi jazz, si muove tra note di pianoforte e atmosfere impalpabili, fino alla concretizzazione di chitarre distorte e batterie, e accompagna versi di crisi interiore e male di vivere: That was when I left my body for good/And I shook off all the strength I&#8217;d earned/I wanted so badly not to be me.</p>
<p>Label: Anti<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – Wild Creatures<br />
02 – Night Still Comes<br />
03 – Man<br />
04 – I’m From Nowhere<br />
05 – Bracing For Sunday<br />
06 – Nearly Midnight, Honolulu<br />
07 – Calling Cards<br />
08 – City Swans<br />
09 – Afraid<br />
10 – Local Girl<br />
11 – Where Did I Leave That Fire<br />
12 – Ragtime</p>
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		<title>Tennis &#8211; Young &amp; Old</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 13:19:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Umberto Profazio]]></dc:creator>
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<p>Label: Fat Possum<br />
Anno 2012</p>
<p>Tracklist:</p>
<p>1. It All Feels The Same<br />
2. Origins<br />
3. My Better Self<br />
4. Traveling<br />
5. Petition<br />
6. Robin<br />
7. High road<br />
8. Dreaming<br />
9. Take Me To Heaven<br />
10. Never To Part</p>
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		<title>Junior Boys @ Lanificio159</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 14:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Frankie Insulina]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=3811' addthis:title='Junior Boys @ Lanificio159 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><div id="attachment_3860" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/12/JB-MusicZoom.jpg"><img class="size-medium wp-image-3860" title="JB  MusicZoom" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/12/JB-MusicZoom-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a><p class="wp-caption-text">Junior Boys @ Lanificio 159. Photo by Francesco De Dominicis.</p></div>
<p>Aprirò con una pedante riflessione: chi si ricorda il fortunato jingle / tormentone <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0SDrqa-eTXU">Blame Canada</a>, cantato dagli adorabili e cafoni abitanti della ridente cittadina di South Park? Era il lontano 1999 quando Trey Parker e Matt Stone celebravano con un lungometraggio il successo planetario di uno degli show TV più geniali di sempre. Nel frattempo, Jeremy Greenspan e l’ex Johnny Dark, sostenuti da Matt Didemus si riunivano nella fredda Hamilton, Ontario, in un collettivo electro pop di amorevoli sfigati sotto il nome un po’ teen di <a href="http://juniorboys.net/"><strong>Junior Boys</strong></a>. Allora la mia nozione di “Canada” era piuttosto vaga. Aveva a che fare con gli aceri, i parlanti francese, le giubbe rosse e la neve. Ascoltavo i <strong>Rush</strong> e pensavo che fossero fantastici ma che mancava loro qualcosa, un qualcosa che veniva però compensato da un qualcos’altro che c’era in più, un non so che addirittura di meglio rispetto al resto delle gloriose formazioni rock degli anni ‘70. E per la prima volta pensai che quel quid potesse essere il loro essere nati in Canada. E che cos’era questo Canada? La risposta allora fu – e in parte lo è ancora oggi nella mia testa – che il Canada è una sorta d’immagine riflessa, un ritratto sì, ma non fedele al 100%, degli Stati Uniti d’America. Gli Usa permettono al Canada di essere anche solo pensato; gli forniscono le categorie e gli strumenti per esistere. Ma queste stesse coordinate, una volta varcato il confine, vengono usate in maniera criminosa e perversa, ed ecco che dall’altro lato dello specchio emerge una figura nuova e difforme; un prodotto, una copia che fa le linguacce al suo originale.  Gli Stati Uniti avevano ben donde di bombardare il suolo canadese nel film di South Park: gli amici di Trombino e Pomadour, con le loro mascelle volatili, rappresentavano con il loro semplice “esserci” un insulto diretto ai loro vicini, con quella voglia di distinguersi, di urlare a gran voce la loro non conformità alla grande patria di tutti gli standard.<br />
La musica che si fa in Canada sembra rispondere alla stessa logica; si può considerare una lunga sequela di prodotti di serie B o una miniera di piccole gemme, e mi vengono in mente i <strong>Broken Social Scene, </strong>i<strong> Caribou,</strong><strong> The New Pornographers, </strong>gli<strong> Holy Fuck</strong>&#8230; Tutta roba da addetti ai lavori. La mia opinione, emersa durante una chiacchierata mentre si aspettava che i Junior Boys comparissero sul palco del Lanificio, è che le band canadesi in qualche modo stanno agli USA come quelle scozzesi stanno all’Inghilterra – tentano con ogni nota di uccidere i rispettivi padri, usando però quegli stessi strumenti impolverati che avevano ereditato dalle rispettive e ingombranti famiglie. “Io non sono come voi, non diventerò mai come voi, andateveneaffancùlo!” dicono, ma poi salgono in soffitta a strimpellare con la Stratocaster appena ricevuta in regalo. Finché non crescono e perdono quella rabbia adolescenziale, ed è allora che scoprono quella serena e pacata attitudine che ha reso olimpiche band come gli <strong>Arcade Fire</strong>.<br />
Non è il caso di fare paragoni, comunque, quando si parla di piccole realtà come quella in cui &#8211; e di cui &#8211; vivono i Junior Boys. I confronti li metterebbero in imbarazzo. Ma uno non può che ammirare il loro non coinvolgimento, il loro rifiuto di separarsi dal pubblico dei pochi (ma buoni) ascoltatori presenti al Lanificio. Dimentichi di aver piazzato bei singoli nelle chart con <strong><em>This is Goodbye</em></strong>, anzi, emozionati, increduli e grati al signore di trovarsi in tournee a Roma, suonano come se fossero ancora in quel garage dell’Ontario, fra BMX e synth di seconda mano – qualche amico stravaccato su un sofà sbrindellato come pubblico. Promuovere il loro ultimo disco – <em><strong>It’s all True</strong></em> (Domino, 2011) – non sembra una grande preoccupazione. A parte il doveroso ma trascurabile ultimo singolo <em>Itschy Fingers</em> e la chiusura enfatica e un po’ strascinata con <em>Banana Ripple</em>, le novità sono buttate lì un po’ come capita, eccezion fatta per la centralissima e strategica <em>You’ll Improve me</em>, forse il brano migliore del nuovo lavoro e fra i più riusciti della loro carriera. E’ evidente però che i momenti più alti si registrano altrove, con i cavalli di battaglia – suonati con trasporto per il pubblico e non per ragioni di marketing: <em>Bellona</em>, direttamente dal lontano esordio, le immancabili (e richiestissime)<em> Double Shadow, In the Morning </em>e<em> Hazel</em>, e una vasta esplorazione del repertorio ballate con <em>Teach me How to Fly, Count Souvenirs </em>e<em> Like a Child.</em> Ma il culmine di tutta l’esibizione è stata – a giudizio concorde fra me e l’amico Closer – la psichedelica <em>Work</em>, autostradale, cadenzato e assillante disco-tunnel che si balla nostro malgrado, con la stessa angoscia eccitante di quando capita di muoversi sulle altrui <em>Idioteque</em> e <em>Blue Monday</em>.<br />
Nel dare un giudizio complessivo alla performance, purtroppo breve e non particolarmente intensa, mi ricordo d’un tratto che al Lanificio non si suona rock’n’roll e allora pace! We are entertained. D’altra parte, ammettiamolo, i Junior Boys possono essere tranquillamente seguiti ad occhi chiusi quando sono sul palco, così statici, umili e quasi impacciati, e potrebbe capitare di chiedersi allora perché non limitarsi all’ascolto con gli auricolari, avvolti nel teporino domenicale della trapunta. Ebbene, la risposta sta nella voce dell’impacciato frontman, che ama i suoi testi e lo dimostra con coraggio nelle interpretazioni, vincendo la timidezza e il complesso di inferiorità che gli deriva evidentemente dall’esser nato canadese.  Se anche voi, come me, siete dei teneroni e amate la fanta-antropologia e gli studi sociali, riflettete bene su cosa significa essere degli artisti nati a nord delle cascate del Niagara e sostenete la scena canadese. I Junior Boys vi offrirebbero da bere e suonerebbero molto volentieri al vostro matrimonio se solo glielo chiedeste. Credo, fra l’altro, che stiano ancora aspettando davanti al locale che qualcuno gli dia un passaggio per tornare a casa. Show them some love!</p>
<p>Trivia: i <strong>Boards of Canad</strong>a sono di Edimburgo.</p>
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		<title>Lassù nell&#8217;oscurità</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 16:14:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[the new pornographers]]></category>
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		<description><![CDATA[Nuovo video per i New Pornographers. La band canadese ha pubblicato il video di Up in the dark, traccia contenuta nel loro ultimo album Togheter. Il video è stato diretto da Jon Busby ed è visualizzabile cliccando qui.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=2173' addthis:title='Lassù nell&#8217;oscurità '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><div id="attachment_2174" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/09/new-pornographers.jpg"><img class="size-medium wp-image-2174" title="new pornographers" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/09/new-pornographers-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">The New Pornographers</p></div>
<p>Nuovo video per i<strong> <a href="http://www.thenewpornographers.com/">New Pornographers</a></strong>. La band canadese ha pubblicato il video di<em> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=-HlTSE46oc8">Up in the dark</a></em>, traccia contenuta nel loro ultimo album <strong><em>Togheter</em></strong>. Il video è stato diretto da Jon Busby ed è visualizzabile cliccando <a href="http://www.youtube.com/watch?v=-HlTSE46oc8">qui</a>.</p>
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		<title>Around A &#8211; Four is not a number</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 17:11:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Umberto Profazio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quattro non sarà un numero, ma sono le tracce che compongono l’EP d’esordio degli Around A. E guarda caso quattro sono anche i componenti della band bolognese formatasi nel 2008 dall’incontro tra Matteo Fallica (voce e chitarra), Chiara Zacchi (basso e cori), Lorenzo Bagnoli (tastiere) e Flavio Persiani (batteria). Four is not a number, uscito &#8230; </p><p><a class="more-link block-button" href="https://www.musiczoom.it/?p=1727">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=1727' addthis:title='Around A &#8211; Four is not a number '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><a href="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/07/arund-a.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1728" title="arund a" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/07/arund-a-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Quattro non sarà un numero, ma sono le tracce che compongono l’EP d’esordio degli <a href="http://www.around-a.com"><strong>Around A</strong></a>. E guarda caso quattro sono anche i componenti della band bolognese formatasi nel 2008 dall’incontro tra <em>Matteo Fallica</em> (voce e chitarra), <em>Chiara Zacchi</em> (basso e cori), <em>Lorenzo Bagnoli</em> (tastiere) e <em>Flavio Persiani</em> (batteria). <strong><em>Four is not a number</em></strong>, uscito querst’anno per la Skpmz, è il naturale seguito del demo di due tracce contenente <em>The last roll with you</em> e <em>Day by da</em>y. Presenti anche in questo EP insieme a <em>The Illusion of Joy</em> e <em>The Bridge</em>, altre due tracce aggiunte quindi dalla band. Indie pop sostenuto da tastiere sognanti e buoni sentimenti, a sottolineare un romanticismo intenso che ha riferimenti diretti ed indiretti a band come gli ottimi <strong>The New Pornographers </strong>(l’iniziale <em>The last roll with you</em>), senza dimenticare note più tipicamente post punk, specialmente quando si tratta di usare il basso (con la finale <em>The bridge</em>). C’è spazio per la dolcezza nella notevole <em>Day by day</em>, guarda caso impreziosita dal sostegno alla voce di <em>Chiara </em>e dalle note di tastiera veramente azzeccate, una costante del disco (vedi la parte finale di<em> The illusion of jo</em>y).<br />
Matematica o no, il risultato sono comunque quattro tracce in cui l’emozione dell’esordio è palese: vedi la lunga parentesi glam di <em>The last roll with you</em>, oppure i molti spazi vuoti di <em>The illusion of joy</em>. In più la debole parte vocale lascia il segno in più di un’occasione, al contrario invece di quanto accade con i cori, i giusti tempi della chitarra (<em>The Bridge</em>) ed un sapiente utilizzo delle tastiere. Da risentire più in là.</p>
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		<title>The Flying Sebadas &#8211; Vol.1</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 16:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Umberto Profazio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=174' addthis:title='The Flying Sebadas &#8211; Vol.1 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><span><span> </span></span></p>
<div id="attachment_175" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><span><span><a href="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/04/Flying-Sebadas.jpg"><img class="size-full wp-image-175" title="Flying Sebadas" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/04/Flying-Sebadas.jpg" alt="" width="200" height="200" /></a></span></span><p class="wp-caption-text">Vol.1</p></div>
<p>Tre amici si ritrovano dopo tanto tempo. E’passato qualche mese da quando non si incontrano, prima lo facevano molto più spesso. Un sorriso, quello degli incontri piacevoli, non più usuali. Non troppe parole, si conoscono troppo bene. Uno di loro tira fuori un cd di un gruppo di amici suoi, <strong>The Flying Sebadas</strong>. Ne ha due copie, è il suo dono di benvenuto. <em>Anvedi chi c’è</em>. E’passato molto tempo dall’ultima volta, ed è sempre fantastico ascoltare della buona musica: “immersi completamente negli anni’60” dice interrompendo un prolungato silenzio uno di loro. Si ascolta, il basso sembra quasi avere un accenno funk nella parte centrale del pezzo, ma la malinconia se lo porta lontano verso la conclusione in un crescendo beatlesiano. Si gira e si passa avanti, ci vuole un pezzo un po’ più vispo, <em>Cha Cha Cha</em> per smuovere i corpi: eccolo qui, un accenno con il piede della gamba accavallata, i coretti ye ye ye trascinano via i cattivi pensieri che si sono accatastati negli ultimi anni. Si torna indietro, a volte si può, anzi, sempre, <em>Anytime</em>. Basta solo volerlo. Le primavere di via Asmara ritornano improvvisamente con i colori abituali, i ritmi sono più compassati e lasciano comparire anche una tromba che chiama a raccolta tutti i ricordi per una scampagnata veloce.<br />
Poi piove, come accade sempre sul più bello. <em>Your Wet Clothes</em> non hanno il tempo di asciugarsi nel freddo inverno, magari se li passiamo agli <strong>Shins</strong> o ai <strong>The New Pornographers</strong> ce li asciugano loro. Le voci di sottofondo di bambini che giocano in un cortile di un qualsiasi colleggio sono esaltate dall’intensità della tua tormentata presenza: <em>you reach perfection while you don’t feel sane and now you’re sick of it all</em>. Può esistere una soddisfazione maggiore di serate del genere? <em>Strappu Strappu</em> è un pezzo dei fu fratelli <em>Gallagher</em> senza wall of sound ma con le giuste incatenazioni stilistiche. Le sebadas volano anche oltreoceano, mettetevelo bene in testa: anzi <em>Fix It</em>, perché <em>Casablancas</em> nonostante tutto ha lasciato un gran segno negli anni 00. E la farina? Sta in <em>Doctor Gave Me Rock</em>: e qui giù il cappello di fronte ad <em>Alberto Caria</em>, <em>Luca Gambula</em>, <em>Mirco Pilloni</em> ed <em>Andrea Siddu</em>. Sfido chiunque ad ascoltarla una sola volta. Noi non ci siamo riusciti ed abbiamo fatto il bis. L’attacco è fenomenale ed andrebbe insegnato a scuola: le linguacce degli <em>Stones</em> si allungano verso le nostre orecchie grazie alla magia del blues. Ma non finisce qui, perché per il gran finale <strong>The Flying Sebadas</strong> hanno in serbo grosse soprese. <em>Where did you go</em>? Torna qui, <em>singing the song alone</em> si può andare dappertutto, basta ascoltare attentamente senza dirlo a mamma anche perché ormai l’ha capito prima di te. Ormai siamo fatti, ciucciate il pabillonis. Per chi come noi è  infetto dal morbo del rock non c’è più nulla da fare. Ci basta restare ad ascoltare in una camera di un amico il crescendo dei riff dell’ultimo pezzo per capire che noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo ancora. In mezzo alle buone note ed ai buoni amici. Ci basta solo il rock. Dottore, daccene di più.</p>
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		<title>Primavera Sound 2010</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 16:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Umberto Profazio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=119' addthis:title='Primavera Sound 2010 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><a href="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/04/primavera-2010.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-120" title="primavera 2010" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/04/primavera-2010-300x255.jpg" alt="" width="300" height="255" /></a>Sara, svegliati è Primavera. Sara, sono le 4:30 e gli Orbital stanno  aprendo la tua mente e lo spazio intorno a te per farci passare dentro  la soffice morbidezza cosmica di Halcyon and on and on and on. Sara,  prendi il volo della Ryanair dal giovedì pomeriggio, posa i bagagli in  albergo (rigorosamente ad ore) verso le 21.00 e fiondati immediatamente  al Parc del Forum dove arriverai alle 23.00 e, contemporaneamente  iniziano i Tortoise  ed i Broken Social Scene. Ancora non sai nulla  della logistica dell’area, non sai che ci sono 6-7 palchi disseminati in  un’area di circa un km quadrato o poco più, ma riconosci a fiuto le  note di 7/4 Shoreline. E non è il palco più vicino, ma quello laggiù,  dove si assemblano persone come se fossero i pezzettini della Lego. Ti  trovi davanti ad una platea immensa con Brendan Canning  e Kevin Drew  che suonano con il mare alle loro spalle e fa niente se cade qualche  goccia di pioggia, resterai lì anche se si scatena Katrina o qualche  altro ciclone oceanico. Ecco passare Owen Pallet ed il suo violino per  una improvvisata veloce con la band candaese. Ma il tempo è finito,  anzi, è appena iniziato, e, Sara, ti devi spostare immediatamente al  palco San Miguel dove i Pavement di Stephen Malkmus incanteranno circa  30.000 persone accorse da tutto il mondo per vederli. E mai spettacolo  fu più bello di tutti quelli che hai visto in vita tua, mai band fu più  osannata, con Kevin Drew stesso che partecipa alla festa insieme ai suoi  miti di gioventù, ed una lunga lista di nomi che passano a celebrare  uno dei più grandi gruppi di sempre. Dopo il dolce viene l’amaro, e le  tue gambe si spostano verso le 3.00 di fronte al palco Ray-Ban, dove i  Fuck Buttons decidono di interrompere l’incantesimo della sintonia  festivaliera e di devastare l’aria intorno a te con i loro droni  impazziti che aumentano  costantemente di volume fino a scoppiarti  dentro come piccole bombe nucleari. Non ce la fai, Sara, la stanchezza è  tanta e decidi di mollare dopo tre pezzi: Andrew Hung e Benjamin John  Power sono troppo più forti di te stasera.<br />
Ma ti rifarai il giorno  dopo, quando alle 18:15 ti trovi sul parco di fronte al San Miguel ed il  sole illumina i New Pornographers che incarnano lo spirito  woodstockiano, anche se tu non lo hai mai vissuto, ne hai sentito solo  parlare, magari in tivù. Finalmente ti rendi conto che non hai girato  per niente e troverai il palco industriale del Pitchfork su cui sbucano i  psicadelici Ganglians, il palco marittimo del Vice su cui i Wire  imperterriti continuano a darkeggiare fino alla fine, i Japandroids di  cui ti innamorerai subito. E’arrivata mezzanotte e tu, piccola  Cenerentola sai che devi andare immediatamente all’ATP dove gli Shellac  di Steve Albini ti aspettano per banchettare con gli avanzi noise di ciò  che una volta veniva chiamato rock. Ti resta anche del tempo per farti  una lunga corsa fino alla corte di Frank Black e dei Pixies, anche se  non sei mai stata una loro fan, però, non è che te li vorresti perdere,  così come non hai perso occasione in questa pazza sera di informarti sui  Cocorosie, su Marc Almond, sui Les Savy Fav e sui Bech House.<br />
Sara, è  il tuo ultimo giorno ed alle 19.00 sul Pitchfork sale Bradford Cox da  solo per suonare il suo Atlas Sound. Poi magari fai un salto a vedere  Florence and the machine, vedi un sacco di inglesi in giro e sai anche  il perché. Alle 23.00 i mitici Charlatans porteranno Some Friendly in  dote a tutti i fanatici del brit, pop o rock che sia. Tu però sai che  allo stesso momento ci stanno i No Age e tutti i rumori che partoriranno  immediati nelle tue orecchie ti resteranno in testa per un bel po’ di  tempo. Avrai anche il tempo di fermarti a fare un boccone delle Dum Dum  Girls, e poi perché non salutare i Pet Shop Boys di Neil Tennant con il  suo mondo colorato fino all’inverosimile. Sara, sei ritornata agli  Orbital ed ai loro occhi da alieni che ti scrutano mentre balli su  Halcyon senza fermarti un attimo, in preda ad un’estasi che sai non si  ripeterà più, come in un sogno che desideravi da tanto, troppo tempo.  Sara. Svegliati. E’Primavera.</p>
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