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	<title>musicZoom &#187; supernature &raquo; musicZoom</title>
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		<title>Polly Scattergood &#8211; Arrows</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Oct 2013 15:17:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Valchera]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=15955' addthis:title='Polly Scattergood &#8211; Arrows '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-15956" title="Polly Scattergood Arrows" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/10/Polly-Scattergood-Arrows-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Nel caso di <strong>Polly Scattergood</strong>, giovane artista inglese, bisognerebbe dire “buona la seconda”: il suo omonimo esordio del 2009 era ricco di brani sospesi e dolenti, per lo più con al centro il pianoforte, che guardavano a<strong> Tori Amos</strong> così tanto, da annullarne la personalità e creare quel fastidioso effetto di già sentito. Con <strong><em>Arrows</em></strong>, invece, non solo la Scattergood fa un decisivo passo in avanti, ma arricchisce il suo specchio di modelli, in primis i <strong>Goldfrapp</strong> (per cui ha aperto il concerto alla Somerset House quest’anno) dance pop di <strong><em>Supernature</em></strong>, ma anche <strong>Bat For Lashes</strong>, e la pop dance della migliore <strong>Kylie Minogue</strong>. La novità di questo nuovo capitolo sta proprio nell’aver optato per l’elettronica, sebbene qualche ballata al pianoforte sia ancora presente: questa decisione si sposa perfettamente con il timbro flebile e poco potente della Scattergood (forse il difetto più grande dell’album), che riveste, nella sua fragilità e con il suo sospirare, beats electro dance, lontani dalla musica da classifica dei dj mondiali alla <strong>David Guetta</strong>. Molto più vicino a <strong><em>Robyn</em></strong> che alla Amos: di certo Arrows non sarà un album che cambia la storia della musica, ma è un ascolto piacevole e, a tratti, non scontato.<br />
I singoli di lancio scelti per promuovere l’album sono un perfetto segnale della doppia anima di Arrows: <em>Cocoon</em> (interessante anche il videoclip) è un delicato e malinconico brano, in cui atmosfere sognanti e folk si uniscono a una lieve spruzzata di elettronica, sulla scia della migliore <strong>Kate Bush</strong>, mentre la roboante <em>Wanderlust</em> è, tra le uptempo proposte dalla track list, la più efficace, in quanto copia carbone di <em>Ooh La La</em> dei Goldfrapp, vero e proprio manifesto di pop dance di ottima fattura e ripetutamente saccheggiato (chiedete ai <strong>Muse</strong> di <em>Uprising</em> o alla <strong>Charlotte Gainsbourg</strong> di <em>Terrible Angels)</em>. Per il resto attraversiamo una serie di brani, costruiti su un’elettronica intelligente e mai invasiva: da una <em>Falling</em> molto 80’s, nello stile di <strong>Little Boots</strong>, a una più convincente<em> Disco Damaged Kids</em>, a metà strada tra la Minogue e gli <strong>M83</strong>, una <em>Subsequently Lost,</em> malinconica ma furbetta. Dall’altro lato, invece, si susseguono, brani più intimisti e meno immediati, ma, in alcuni casi, sorprendenti: gli archi che sostengono la dolorosa <em>Machines</em> sono splendidi, anche se la coda finale, troppo simile ai <strong>Coldplay</strong>, spezza leggermente l’incantesimo;<em> Colours Colliding</em> riprende <strong>Sinead O’ Connor</strong>, ma a mancare è l’intensità vocale. <em>Miss You</em> è la migliore del lotto: sorretta da un pianoforte, riesce nell’impresa di unire i Goldfrapp e la violinista <strong>Vyvienne Long.</strong> La conclusiva<em> I’ve Got A Heart</em>, anche nella scelta di un’interpretazione molto vicina alla Amos, è una eterea ballata piano-archi, con una coda orchestrale che accentua la tristezza delle liriche (I’ve got a heart, I think it’s bigger than yours/Because it lets people in, who constantly disappoint me).</p>
<p>Label: Mute<br />
Anno: 2013</p>
<p>Track list</p>
<p>1. Cocoon<br />
2. Falling<br />
3. Machines<br />
4. Disco Damaged Kid<br />
5. Colours Colliding<br />
6. Miss You<br />
7. Subsequently Lost<br />
8. Silver Lining<br />
9. Wanderlust<br />
10. I’ve Got a Heart</p>
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		<title>Goldfrapp &#8211; Tales Of Us</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Sep 2013 13:21:22 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=15264' addthis:title='Goldfrapp &#8211; Tales Of Us '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-15265" title="goldfrapp-tales-of-us" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/09/goldfrapp-tales-of-us-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>È difficile capire quale sia la strada che Alison <strong>Goldfrapp</strong> e Will Gregor vogliono seguire per la loro musica. A tre anni di distanza dal loro ultimo lp, <em><strong>Head First</strong></em> (2010), il punto più basso, finora, della loro esaltante discografia e un discreto flop a livello commerciale (mai i singoli del duo avevano venduto così poco nella classifica inglese), deve essere sorto un dubbio su quale direzione assumere per il nuovo album. Se il predecessore era infarcito di disco trash anni Ottanta che guardava a <strong>Abba</strong> &amp; Co e seguiva una tendenza consolidata da divette pop, i Goldfrapp, con <strong><em>Tales Of Us</em></strong>, hanno deciso di tornare alle loro radici, a quelle atmosfere oniriche del loro incredibile debutto <strong><em>Felt Mountain</em></strong> (2000), e fatte rivivere sotto un nuovo vestito più pop con l’altrettanto interessante <strong><em>Seventh Tree</em></strong> (2008). Tra questi due poli abbiamo ascoltato un electro clash di primordine con <strong><em>Black Cherry</em></strong> (2003) e il trendsetter <strong><em>Supernature</em></strong> (2005), con i singoloni <em>Ooh La La </em>e<em> Ride A White Horse</em>, che hanno ispirato la raffinata dance dell’ultimo decennio (bussare alla porta di <strong>Madonna</strong> e <strong><em>Confessions On A Dancefloor</em></strong>). Dunque si torna al passato e lo si fa con immensa classe: testi toccanti, ognuno disegnato come un bozzetto intorno ad un nome proprio (ad eccezione di <em>Stranger</em>), una storia collettiva, interpretazioni degne di nota, sussurrate, mai sopra le righe, e toni ambient folk.<br />
<em>Jo</em> si apre con un intro orchestrale, per proseguire con note di pianoforte che sembrano provenire da lontano: una realtà altra, impalpabile, che guarda a <em>Utopia</em> e ai tesori nascosti del loro esordio. <em>Annabel</em>, per me la migliore, vive di una malinconia tagliente e sofferta di un ragazzo che si sente intrappolato in un corpo non suo: la storia di un giovane transgender, dalle tenui tinte musicali alla <strong>Kate Bush</strong>, è ispirata dal romanzo di Kathleen Winter, Annabel, ed è accompagnata da un efficace videoclip in bianco e nero, diretto da Lisa Gunning. <em>Drew</em>, il singolo apripista, mantiene intatte le creazioni acustiche, lasciando maggiore spazio a interventi orchestrali. <em>Alvar</em>, con il suo incedere e l’eterea voce di Alison, richiama, alla lontana, <em>Teardrop</em> dei <strong>Massive Attack</strong>, mentre <em>Thea</em> (con echi di <strong>Bat For Lashes</strong>), che si contamina con l’elettronica, è monotona e un po’ fuori fuoco. <em>Simone</em> unisce il loro classico stile sognante con un piano quasi jazz, per poi trasformarsi in un brano trip hop alla <strong>Portishead</strong>. <em>Stranger </em>e<em> Clay</em> sono due piccoli idilli bucolici, con archi a scandire una struttura scheletrica, che, specialmente nella seconda, si evolve in un incidere continuo e dinamico. <em>Laurel</em> è una meditazione al pianoforte, qualcosa che non ascoltavamo dal pathos di <em>Horse Tears</em>.<br />
Tales Of Us, fortunatamente, ci riconsegna i Goldfrapp in una veste a loro maggiormente appropriata: è un album disinteressato al successo commerciale, poco orecchiabile, lontano dal pop, ma profondo, intangibile e pilastro della loro brillante carriera.</p>
<p>Label: Mute<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – Jo<br />
02 – Annabel<br />
03 – Drew<br />
04 – Ulla<br />
05 – Alvar<br />
06 – Thea<br />
07 – Simone<br />
08 – Stranger<br />
09 – Laurel<br />
10 – Clay</p>
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		<title>The Great Gatsby &#8211; OST</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 15:46:20 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=13513' addthis:title='The Great Gatsby &#8211; OST '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-13514" title="The-Great-Gatsby-Soundtrack-Album-Cover-Deluxe" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/05/The-Great-Gatsby-Soundtrack-Album-Cover-Deluxe-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>L’eccentricità è, senza dubbio, il tratto caratteristico del cinema di Baz Luhrmann: dalla rilettura in salsa pop e street dello shakespeariano Romeo + Juliet (1996), alla fastosità e modernità di Moulin Rouge! (2001) (per me la sua opera più riuscita fino ad ora), passando per l’epopea poco convincente di Australia (2008), il regista australiano ha sempre riposto una certa attenzione nei confronti della musica. Il caso più esemplare fu la pellicola con Nicole Kidman e Ewan McGregor: trainata dalla hit mondiale <em>Lady Marmalade</em>, reinterpretata da<strong> Christina Aguilera, Mya, Pink</strong> e la rapper<strong> Lil’ Kim</strong>, la soundtrack si reggeva su una serie di cover di brani famosissimi intonati dal cast, in aggiunta alle voci di <strong>David Bowie, Bono </strong>e<strong> Beck</strong>. Una parte della critica ha rivolto al cinema di Luhrmann accuse di essere kitsch e magniloquente: rischio che si corre, anche, leggendo la lista dei nomi che compongono la colonna sonora della sua nuova fatica, il riadattamento di uno dei più celebri capolavori della letteratura americana, <strong>The Great Gatsby</strong> di Francis Scott Fitzgerald, che nel suo cast annovera, fra gli altri, Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan. L’obiettivo è quello di creare un melting pot di generi diversissimi fra loro: rap, r’n’b, pop, indie, rock, il tutto coadiuvato dalla selezione svolta dal rapper <strong>Jay-Z</strong>, presente, in scaletta, con la prima traccia. Il risultato finale è un esperimento interessantissimo: a prescindere dalla qualità scadente di alcuni brani, mai si era arrivati ad unire artisti così diversi fra loro, a dimostrazione di come, attualmente, le barriere di genere siano, ormai, facilmente valicabili. Ancor più interessante sarà vedere come Luhrmann sia riuscito ad inserire musiche così moderne all’interno delle scene del suo film, ma, almeno su questo, non ci sono dubbi sulla sua grande abilità di incastrare, da vero genio pop e contemporaneo, le diverse arti.<br />
La soundtrack si apre proprio con il direttore di questo collage: il multimilionario rapper Jay-Z. Nella sua <em>100$ Bill</em>, si frammezzano le voci dei protagonisti della pellicola su una base hip hop e su un testo autobiografico che snocciola riflessioni sul potere e il denaro, arricchito di paragoni tra sé con Kennedy e Einstein, fra gli altri. Non considerando il suo ego sempre più in ascesa, 100$ Bill è un classico alla Jay-Z, niente più, niente meno. Segue, quindi, il brano più “rischioso” dell’intera operazione: la cover della meravigliosa<em> Black To Black</em> di <strong>Amy Winehouse</strong>, eseguita da<strong> André 3000</strong>, parte degli <strong>Outkast</strong>, e da Mrs. Carter, <strong>Beyoncé</strong>. Lodevole è il tentativo di discostarsi il più possibile dall’originale: la strofa di André è inascoltabile, mentre la diva r’n’b si lascia andare a convincenti vocalità più sensuali, anche se siamo lontanissimi dal rendere un degno omaggio alla scomparsa interprete. I picchi più bassi sono raggiunti da due ex compagni di band, i <strong>Black Eyed Peas</strong>: <strong>Will.i.am</strong>, il cui estro è, definitivamente, entrato in crisi, con la danzereccia<em> Bang Bang</em>, che poco si discosta da tutti i suoi ultimi successi, e <strong>Fergie</strong>, in collaborazione con<strong> Q-Tip e</strong> <strong>GoonRock</strong>, in <em>A Little Party Never Killed Nobody (All We Got),</em> che alza ancora di più i bpm, ricalcando lo “stile” dei <strong>LMFAO</strong> di <em>Sexy And I Know It</em> e altri orrori dance degli ultimi anni. Fortunatamente la parentesi più commerciale si chiude qui, dando alla tracklist un nuovo sapore, più romantico, più rock, più profondo. La voce da sirena di <strong>Lana Del Rey</strong> incanta nella ariosa <em>Young And Beautiful</em>, una ballata pianoforte e archi, che ne riconferma il talento e, forse, ne rappresenta la definitiva consacrazione. Segue una nuova versione swing di <em>Love Is The Drug</em> dei <strong>Roxy Music</strong> da parte del loro leader <strong>Bryan Ferry</strong>, accompagnato dalla <strong>Bryan Ferry Orchestra</strong>: divertente e adeguatissima alle feste in casa Gatsby, così come la buona cover jazzata e swing di <em>Crazy In Love</em> di Beyoncé, nata dalla nuova stella della scena inglese, <strong>Emeli Sandé</strong>. Su tutti si erge l’interpretazione da brividi di <strong>Florence &amp; The Machine</strong> in <em>Over The Love</em>: la voce della Welch non è catturata né dalle note sempre più concitate del finale né tantomeno dai cori e si eleva appassionata, sincera e sofferta. <em>Where The Wind Blows</em> di <strong>Coco O.</strong>, del duo danese <strong>Quadron</strong>, è un motivetto jazz elettronico, che mi ricorda le <strong>Sugababes</strong> al loro meglio. I tre brani successivi rappresentano la sezione indie:<strong> The xx</strong> con <em>Together</em>, dai classici arrangiamenti della band londinese e l’intreccio vocale con una spruzzata di archi; <em>Hearts A Mess</em> dell’australiano <strong>Gotye</strong>, già presente nel suo secondo album <strong><em>Like Drawing Blood</em></strong>, è un ottimo alternative rock con tracce di trip hop e qualche barocchismo, dai toni vocali vicini a <strong>Sting</strong>; <em>Love Is Blindness</em> di <strong>Jack White</strong>, già b-side del singolo <em>Sixteen Saltines</em>, è una rilettura rock e fuori dagli schemi dell’originale degli <strong>U2</strong>.<em> Into The Past</em> del trio inglese <strong>Nero</strong> è incantevole: un brano puramente elettronico sulla scia dei <strong>Goldfrapp</strong> di <strong><em>Supernature</em></strong>. La chiusura è affidata alla perla, insieme a Over The Love, di questa soundtrack: l’australiana <strong>Sia</strong> ritorna allo splendore del passato con la ballata al pianoforte in <em>Kill And Run</em>, commovente, anche nel sapiente uso dell’orchestra.</p>
<p>Label: Universal<br />
Anno: 2013<br />
Tracklist</p>
<p>1. 100$ Bill – JAY Z<br />
2. Back To Black – Beyoncé &amp; André 3000<br />
3. Bang Bang – will.i.am<br />
4. A Little Party Never Killed Nobody (All We Got) – Fergie &#8211; Q Tip &#8211; GoonRock<br />
5. Young And Beautiful – Lana Del Rey<br />
6. Love Is The Drug – Bryan Ferry with The Bryan Ferry Orchestra<br />
7. Over The Love – Florence + The Machine<br />
8. Where The Wind Blows – Coco O. of Quadron<br />
9. Crazy in Love – Emeli Sandé and The Bryan Ferry Orchestra<br />
10. Together – The xx<br />
11. Hearts A Mess – Gotye<br />
12. Love Is Blindness – Jack White<br />
13. Into the Past – Nero<br />
14. Kill and Run – Sia</p>
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