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	<title>musicZoom &#187; sara bareilles &raquo; musicZoom</title>
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		<title>Sara Bareilles &#8211; What’s Inside: Songs from Waitress</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 09:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Valchera]]></dc:creator>
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<p>Arriviamo al quinto album di <b>Sara</b> <b>Bareilles</b>. <b><i>What’s</i></b> <b><i>Inside: Songs from Waitress</i></b> raccoglie tutte le composizioni che l’autrice ha creato per l’adattamento musicale, di prossima tappa a Broadway, della pellicola della Shelly. Richiamato già dall’artwork, in cui la Bareilles indossa un grembiule all’interno di una tavola calda, l’album ricalca perfettamente tutti i momenti della storia di Jenna e Jim. Se da un lato WISFW riconferma la predisposizione della cantautrice californiana per ballate al pianoforte zuccherose e non originalissime (il singolo apripista sul modello di <b>Sarah</b> <b>McLachlan</b> <i>She</i> <i>Used</i> <i>To</i> <i>Be</i> <i>Mine</i>, il duetto da <b><i>Grey’s</i></b> <b><i>Anatomy</i></b> con <b>Jason</b> <b>Mraz</b> di <i>You</i> <i>Matter</i> <i>To</i> <i>Me</i>) e per motivetti in stile <i>Love</i> <i>Song</i> che tanto l’hanno resa famosa (la piacevole <i>Opening</i> <i>Up</i>, la marcetta pop stile <b>Ingrid</b> <b>Michaelson</b> di <i>Door</i> <i>Number</i> <i>Three</i>, la bella interpretazione in <i>When</i> <i>He</i> <i>Sees</i> <i>Me</i>), ne rivela anche un lato inedito e una certa <i>confidence</i> per nuove sfide. Aspettiamo il prossimo album di inediti per capire con maggiore certezza quale sarà la sua definitiva strada: per il momento What’s Inside soddisferà solo i suoi incalliti fan o i nostalgici del film.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Label: Sony Music<br />
Anno: 2015<br />
Genere: pop</p>
<p>Track list</p>
<p>01 – What’s Inside<br />
02 – Opening Up<br />
03 – Door Number Three<br />
04 – When He Sees Me<br />
05 – Soft Place To Land<br />
06 – Never Ever Getting Rid Of Me<br />
07 – I Didn’t Plan It<br />
08 – Bad Idea (Feat. Jason Mraz)<br />
09 – You Matter To Me (Feat. Jason Mraz)<br />
10 – She Used To Be Mine<br />
11 – Everything Changes<br />
12 – Lulu’s Pie Song</p>
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		<title>Sara Bareilles &#8211; The Blessed Unrest</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Aug 2013 20:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=14917' addthis:title='Sara Bareilles &#8211; The Blessed Unrest '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-14918" title="tbu" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/08/tbu-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>La sua <em>Love Song</em> è stato, senza ombra di dubbio, uno dei tormentoni degli ultimi anni, ma la giovane <strong>Sara Bareilles</strong> ha dimostrato di riuscire a sopravvivere al suo quarto d’ora di fama: <em><strong>Little Voice</strong></em> (2007) e <strong><em>Kaleidoscope Heart</em></strong> (2010), nonostante qualche difetto qua e là, soprattutto di mestiere, sono stati due buoni album di piano pop, dove la nostra ha rivelato efficaci doti di interprete e una scrittura, musicale e non, neppure troppo scontata, pur essendo pienamente mainstream. Sbocciata nell’ambiente dell’Hotel Café, insieme a molte altre colleghe di minor successo, il suo nome e quello di <strong>Ingrid Michaelson</strong> (con cui ha collaborato nel brano natalizio <em>Winter Song</em>) hanno acquisito sempre più notorietà, anche nelle classifiche. Questo sua terza fatica su major, <strong><em>The Blessed Unrest</em></strong>, nasce da un periodo difficile e di crescita dell’artista e segue un confuso ep, <em><strong>Once Upon Another Time</strong></em> (2012), migliorandone alcuni aspetti, ma non riuscendo a convincere. Nella scaletta si affronta un continuo sali e scendi tra brani riusciti e altri, che proprio non convincono, forse anche a causa di una “sperimentazione” elettronica, che tende a soffocarne l’estro pianistico. La conferma di ciò è evidente nella seconda metà dell’album, che vede la Bareilles allontanarsi dal suo strumento, con risultati discutibili, seppure maggiormente appetibili per un pubblico più ampio. Si ha l’impressione che la californiana desiderasse un improvviso cambio di rotta rispetto alle atmosfere del predecessore: ma la migliore Sara è quella che guarda alle origini, che si siede al pianoforte, e non quella tutta sintetizzatori e intrecci vocali appannati. The Blessed Unrest ci regala qualche contentino pianistico, nella speranza che il futuro ci riservi qualcosa di migliore, più intimo e meno sovrarrangiato.<br />
L’apertura di <em>Brave</em>, nato dalla necessità di esortare un amico gay al coming out, è un vero e proprio pop anthem, nello stile di <em>Stronger</em> di <strong>Kelly Clarkson</strong>: migliore musicalmente di quest’ultima, è comunque inferiore all’orecchiabilità pop dei  vecchi singoli di debutto, la già citata Love Song o <em>King Of Anything</em>. Scritta in collaborazione con Jack Antonoff dei <strong>fun.</strong> è un brano pop pulito e sorretto da batterie hip hop: niente di eclatante, così come la successiva <em>Chasing The Sun</em>, una piano song alla <strong>The Fray</strong>, che ricalca lo stile dell’esordio, e che si focalizza sul raggiungimento dei propri obiettivi. Poi The Blessed Unrest prende un’ottima piega: <em>Hercules</em> inizia con un pianoforte alla <em>Fiona Apple</em> e si arricchisce di archi; <em>Manhattan</em>, ode alla Grande Mela, è una profonda e splendida ballata, arricchita di fiati, dai sapori jazz alla <strong>Norah Jones</strong>; <em>Satellite Call</em>, con i suoi echi e riverberi vocali, riporta in vita la <strong>Sarah McLachlan</strong> di <strong><em>Fumbling Towards Ecstasy</em></strong> (1994). Il problema è che tutto ciò che segue, ad eccezione di un paio di rari momenti, l’elettronica di <em>Cassiopeia</em> e la ballad <em>Islands</em>, è banale e privo di appeal. Il finto soul alla <strong>Amy Winehouse</strong> di <em>Little Black Dress</em>, con tanto di fiati, è un mezzo fiasco, così come la scialba ballata da <em>FM 1000 Times</em>, su cui aleggia <strong>Jewel</strong> o il riempitivo finale di <em>December</em>. Ancor peggio va con <em>I Choose You</em>, tutta hand clapping e archi pizzicati, e <em>Eden</em>, vera caduta di stile, sommersa in sintetizzatori 80’s.</p>
<p>Label: Epic Records<br />
Anno: 2013<br />
Tracklist</p>
<p>01 – Brave<br />
02 – Chasing The Sun<br />
03 – Hercules<br />
04 – Manhattan<br />
05 – Satellite Call<br />
06 – Little Black Dress<br />
07 – Cassiopeia<br />
08 – 1000 Times<br />
09 – I Choose You<br />
10 – Eden<br />
11 – Islands<br />
12 – December</p>
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		<title>Tom Odell &#8211; Long Way Down</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jun 2013 16:46:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=14366' addthis:title='Tom Odell &#8211; Long Way Down '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-14367" title="inline-images-1" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/06/inline-images-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>Vincitore del Critics’ Choice Award nell’edizione di quest’anno dei Brit Awards, premio vinto precedentemente da mostri sacri della scena pop attuale e delle classifiche, quali <strong>Adele, Florence &amp; The Machine </strong>e<strong> Emeli Sandé,</strong> per il giovanissimo <strong>Tom Odell</strong>, ventiduenne di Chichester, è arrivato il tanto temuto banco di prova del debutto, dopo un Ep pubblicato alcuni mesi fa, <em><strong>Songs From Another Love</strong></em>. Questo <strong><em>Long Way Down</em></strong> è divenuto già un caso per la stampa britannica, e non tanto per il talento o l’ugola del biondo pianista: il magazine NME, bibbia musicale oltremanica, ha stroncato duramente questo esordio con la votazione rarissima dello 0/10, a cui è seguita la minacciosa e derisa telefonata del padre di Tom alla redazione. Forse l’hype sconsiderato che è sorto intorno al suo nome ha spinto ad una recensione così dura: Long Way Down non è da zero né tantomeno da dieci, ma è un onesto e, in molti passaggi, riuscito tentativo di seguire la scia di quel romanticismo tutto british, incarnato perfettamente nei primi anni Duemila dai <strong>Coldplay</strong> e dai <strong>Keane</strong>, per fare due nomi, o da cantautori quali <strong>Damien Rice</strong> o i più pop <strong>James Blunt </strong>e<strong> Paolo Nutini</strong>. Questo è l’universo a cui Tom Odell guarda: anche se va aggiunto che le liriche, già risentite,  su relazioni finite male e amori malinconici, sono sempre sorrette da un buon uso del pianoforte, naturale appendice dell’inglese. C’è da scommettere che il pubblico impazzirà per questo Long Way Down: di certo aprire i concerti a Hyde Park per il tour dei <strong>Rolling Stones</strong> costituisce una notevole conferma per questo fragile e timido cantautore.<br />
<em>Grow Old With Me</em> mostra, fin dall’apertura, un fil rouge tra i <strong>The Fray </strong>e<strong> Tom Chaplin</strong>: l’atmosfera creata è quella di qualche scena ricca di pathos di una qualsiasi serie tv. Musicalmente parlando, è un brano pop costruito su pianoforte e batteria, lineare e abbastanza dimenticabile. Molto più piacevoli sono le successive e ottime <em>Hold Me</em>, dagli echi degli <strong>Starsailor</strong>, in cui il pianoforte è picchiato con veemenza, e il singolone romantico <em>Another Love</em> che lambisce le ballate di <strong>Sara Bareilles</strong>, ma che lascia il segno. <em>I Know</em> unisce un’interpretazione alla Nutini su un piano pop alla <strong>Jamie Cullum</strong>: efficace anche se non originalissima. In <em>Sense</em>, una ballata sorretta solo dal pianoforte, emerge un altro Tom Odell: più meditativo, più a fuoco, viscerale. <em>Can’t Pretend</em> segue l’esempio di <strong>Regina Spektor</strong> , oscurando i toni, e ribaltandone la struttura in più momenti; <em>Till I Lost</em> diviene sempre più maestosa mentre i minuti passano, come se Gary Lightbody, leader degli <strong>Snow Patrol</strong>, e <strong>Elton John</strong> andassero a braccetto. <em>Supposed To Be</em> è legata allo schema da tradizionale songwriter statunitense, splendida nell’uso sapiente di coretti e batterie, tra <strong>Ryan Adams </strong>e<strong> Rachael Yamagata</strong>. La title track non aggiunge nulla e anonimamente scivola via, mentre in <em>Sirens</em> si sente la mano del produttore Dan Grech-Marguerat (<strong>Keane</strong>) che cuce su Tom una melodia in stile Coldplay, perfetta summa di anni e anni di sentimentalismi britannici.</p>
<p>Label: Columbia Records<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – Grow With Me<br />
02 – Hold Me<br />
03 – Another Love<br />
04 – I Know<br />
05 – Sense<br />
06 – Can’t Pretend<br />
07 – Till I Lost<br />
08 – Supposed To Be<br />
09 – Long Way Down<br />
10 – Sirens</p>
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		<title>Laura Jansen &#8211; Elba</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Apr 2013 15:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=13060' addthis:title='Laura Jansen &#8211; Elba '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-13061" title="Elba-Laura-Jansen-060253732113.jpeg" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/04/Elba-Laura-Jansen-060253732113.jpeg-300x294.png" alt="" width="300" height="294" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>A quattro anni di distanza dall’incredibile successo in madrepatria della romantica cover dei <strong>Kings Of Leon</strong>, <em>Use Somebody</em>, e dell’esordio <strong>Bells</strong>, ben 95 settimane consecutive nella chart olandese, <strong>Laura Jansen</strong> pubblica il suo secondo album, <strong><em>Elba</em></strong>. Ispirato dall’isola in cui Napoleone Bonaparte trascorse 300 giorni d’esilio, l’artista arricchisce di sfumature elettroniche le sue ballate malinconiche al pianoforte, vantando anche due featuring importanti: Tom Chaplin, leader della band inglese dei <strong>Keane</strong>, e il cantautore <strong>Ed Harcourt</strong>. Prodotto da Matt “Aqualung” Hales (<strong>Lianne La Havas, Jason Mraz</strong>), Elba mostra una certa maturità, e, seppure non tutte le tracce contenute siano allo stesso livello, è lodevole il tentativo di non voler riproporre melodie sulla falsariga del predecessore, alla ricerca di un riscontro certo. Divenuta una delle performer di punta dell’Hotel Café, locale losangelino vera e propria mecca dell’alt pop e dell’indie folk, l’album manifesta un maggiore spirito internazionale, con una più attenta cura dei suoni e della produzione, aspetto che, da un lato, ne appiattisce un po’ la libertà creativa. In effetti, Laura Jansen è difficilmente distinguibile da altre cantanti pop di maggiore estro, come <strong>Sara Bareilles </strong>o<strong> Ingrid Michaelson</strong>, di cui è palese l’influenza, ma riesce a creare buoni brani, non troppo pretenziosi, che si lasciano ascoltare con piacere, cercando di incupire alcune delle sue trame musicali con un buon risultato finale.<br />
L’iniziale <em>The Lighthouse</em> vive di ombre e luci: di certo non spicca per originalità, ma è orecchiabile, radio frendly come i motivi della Bareilles e fa un uso della voce alla Michaelson. Sarebbe stato meglio evitare quei continui coretti che, purtroppo, ritroveremo in seguito, però il ritmo dettato dal pianoforte e dalla batteria si incolla in testa. Il singolo <em>Queen Of Elba</em> tenta nuove strade: sorretto da una linea di pianoforte che rimane nelle retrovie, c’é un largo uso di chitarre e una leggera spruzzata di elettronica, per una canzone non immediata, ma interessante, e “rischiosa” da scegliere come biglietto da visita di Elba. <em>Golden</em> unisce le atmosfere pianistiche di Bells ai sintetizzatori, richiamando alla memoria <strong>A Fine Frenzy</strong>, per la delicatezza dell’interpretazione. Arrivano, quindi, le due perle dell’album: <em>A Call To Arms</em>, con Ed Harcourt, e <em>Little Things (You).</em> La prima è una malinconica ballata al pianoforte, impreziosita nei chorus dall’artista londinese, sullo stile di <strong>Sarah McLachlan</strong>, mentre la seconda è una midtempo pop con un ritornello di ampio respiro retto da archi e vocalizzi liberatori. <em>Same Heart</em>, in coppia con Tom Chaplin, ricalca le melodie degli ultimi Keane: il piano scompare per una marcetta trascurabile. <em>Light Hits The Room</em>, fortunatamente, scorre via veloce: è il punto più basso di Elba, uno scontro tra le <strong>Sugababes</strong> e una <strong>Florence &amp; The Machine</strong> annacquata, un’accozzaglia di suoni. <em>Around The Sun</em> non avrebbe sfigurato in <strong><em>Harmonium</em></strong> di <strong>Vanessa Carlton</strong>: la voce della Jansen è particolarmente incisiva, così come nella successiva <em>Smalltown (Come Home)</em>, che velocizza un po’ il ritmo, senza, però, tradire la matrice pianistica della maggior parte dei brani. Infatti, <em>Paper Boats</em> è la classica ballata, con il pianoforte a farla da padrone, vicina a<strong> Erin McCarley</strong> e, di nuovo, alla Bareilles. La conclusiva <em>Pretty Me</em>, sull’incertezza del proprio aspetto fisico, segue la lezione di <strong>Regina Spektor</strong> al meglio, chiudendo un album non rivoluzionario ma estremamente piacevole.</p>
<p>Label: Universal Music<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – The Lighthouse<br />
02 – Queen Of Elba<br />
03 – Golden<br />
04 – A Call To Arms (Ft. Ed Harcourt)<br />
05 – Little Things (You)<br />
06 – Same Heart (Ft. Tom Chaplin)<br />
07 – Light Hits The Room<br />
08 – Around The Sun<br />
09 – Smalltown (Come Home)<br />
10 – Paper Boats<br />
11 – Pretty Me</p>
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		<title>Caroline Keating &#8211; Silver Heart</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 18:01:54 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=12171' addthis:title='Caroline Keating &#8211; Silver Heart '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-12172" title="caroline-keating-silver-heart" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/02/caroline-keating-silver-heart-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>Dopo aver pubblicato un Ep nel 2008, <strong>Caroline Keating</strong> è pronta per il suo debutto musicale con l’album <em><strong>Silver Heart</strong></em>. L’artista canadese, originaria del Québec, rivela una sviluppata vena artistica, che si appoggia, per lo più, su composizioni al pianoforte e su un timbro vocale che hanno spinto la critica a definirla il punto di incontro tra i virtuosismi pianistici di <strong>Regina Spektor</strong> e l’eleganza formale della conterranea <strong>Feist</strong>. Trovandoci di fronte a due mostri sacri della musica al femminile degli ultimi anni, la Keating richiama, secondo me, più la prima che la seconda: le analogie con la pianista russa sono evidentissime, soprattutto nel creare arrangiamenti cerebrali e spezzati, con note che si riavvolgono su se stesse o che danno vita a canzoni nelle canzoni, tipico marchio di fabbrica della Spektor. Spingendoci più in là con le influenze, si potrebbe citare anche<strong> Tori Amos</strong>, solo quella degli esordi, con cui Caroline condivide il gusto della centralità del pianoforte, anche se non arriva a lambirne la forza espressiva ed emotiva. Prodotto da Drew Malamud (<strong>Metric, Stars, Grizzly Bear</strong>) Silver Heart vede la collaborazione di numerosi musicisti della scena indie attuale, che arricchiscono ancor di più, se possibile, la struttura delle composizioni, ma non oscurano l’estro della giovane: il batterista Jeremy Gara degli <strong>Arcade Fire</strong>, il violinista Sebastian Chow degli <strong>Islands</strong>, Chris Seligman degli <strong>Stars</strong> al corno francese.<br />
L’album rivela, lungo le dieci tracce, una forte ispirazione, tanto che è difficile incontrare momenti meno interessanti rispetto ad altri, rivelando la grande vulnerabilità e sensibilità dell’artista: l’opener <em>Silver Heart</em>, sorretta da piano e violoncello incanta e segue la scia di un’altra giovane pianista olandese, <strong>Laura Jansen</strong>; in <em>Ghosts</em> sembra di ascoltare <strong>Kate Nash</strong>, quando si siede al pianoforte e rifà il verso alla Spektor, prima di aprirsi in un ritornello arioso e risentito, in perfetto stile Amos. <em>They Say</em> è una ballata sognante e malinconica che mi ricorda <em>Hands</em> di <strong>Jewel</strong> o l’ultima <strong>Sara Bareilles</strong>; in <em>The Pier</em> fanno la loro entrata chitarre elettriche e mellotron e la Keating mostra maggiore forza e determinatezza, e, pur rimanendo fedele ad una personalità ben definita, questa canzone non avrebbe sfigurato in uno dei capolavori degli anni Novanta di<strong> Sheryl Crow</strong>. Dopo la ballata romantica <em>Lusty Dusty</em>, <em>Billy Joel</em>, dedicata all’autore di <em>New York State Of Mind</em> (citata anche nel testo), è talmente spektoriana che sembra di ascoltare uno dei tantissimi demo inediti che la pianista di base newyorchese esegue dal vivo. I ritmi si allentano, di nuovo, con la dolce <em>So Long, Solange</em>, solo piano e violoncello, creando una delle migliori performance della Keating. <em>One</em> si apre come una melodia di <strong>Agnes Obel</strong> e prosegue con una serie di piccole pause e ripetizioni nelle liriche che ne impreziosiscono la struttura; <em>Gatsby</em>, ispirata dal protagonista del capolavoro di Fitzgerald, ricalca la struttura della precedente, con una strofa fluida e un chorus spezzato. La conclusiva <em>Montreal</em>, sentito omaggio alla propria città, mette in scena una serie di sentimenti contrastanti, chiudendo un album piacevole e variegato.<br />
Silver Heart è una grande sorpresa: rivela al pubblico una giovane promessa del cantautorato alt-pop, nella quale confluiscono moltissime artiste, forse più note, ma, non per questo, più talentuose. Caroline Keating è, senza dubbio, un nome da tenere d’occhio nei prossimi anni.</p>
<p>Label: Glitterhouse Records<br />
Anno: 2012</p>
<p>Tracklist</p>
<p>1. Silver Heart<br />
2. Ghosts<br />
3. They Say<br />
4. The Pier<br />
5. Lusty Dusty<br />
6. Billy Joel<br />
7. So Long, Solange<br />
8. One<br />
9. Gatsby<br />
10. Montreal</p>
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		<title>Missy Higgins &#8211; The Ol’Razzle Dazzle</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Feb 2013 18:30:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=11699' addthis:title='Missy Higgins &#8211; The Ol’Razzle Dazzle '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><a href="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/02/missy1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11702" title="missy" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/02/missy1.jpg" alt="" width="225" height="225" /></a>a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>In questi ultimi anni l’Australia ci sta regalando una serie nutrita di artiste molto interessanti: <strong>Sarah Blasko, Sia, Julia Stone, Lenka, Missy Higgins</strong>. Proprio quest’ultima è una vera popstar: i suoi tre album in studio sono arrivati al numero uno e alcuni dei suoi singoli hanno riscosso larghi consensi, tanto da essere inseriti nelle colonne sonore di note serie tv (Grey’s Anatomy, Brothers &amp; Sisters). Missy Higgins, però, non ha nulla della diva pop: la sua musica e il suo look sono distanti anni luce da tutto ciò che vende e scala le classifiche. Il suo debutto, <strong><em>The Sound Of White</em></strong> (2004), che si è aggiudicato cinque ARIA Awards, tra cui quello per Best Pop Release, si appoggiava, per lo più, sul pianoforte, con reminescenze di <strong>Sarah Mclachlan </strong>e<strong> Suzanne Vega</strong>, e mostrava, qua e là, troppo mestiere. Lo splendido <strong><em>On A Clear Night</em></strong> (2007), grazie anche alla complicità di <strong>Neil Finn</strong>, frontman dei <strong>Crowded House</strong>, la spingeva sulla scena internazionale come il perfetto alter-ego al femminile di <strong>Paolo Nutini</strong>: le canzoni, una più bella dell’altra (su tutte <em>Where I Stood </em>e<em> The Wrong Girl</em>), erano malinconiche e toccanti, la presenza del pianoforte limitatissima e protagoniste erano le chitarre, acustiche ed elettriche. A cinque anni di distanza viene pubblicato <strong><em>The Ol’ Razzle Dazzle</em></strong>, alla cui produzione si siedono <strong>Brad Jones</strong> e la cantautrice <strong>Butterfly Boucher,</strong> e, di nuovo, Missy cambia pelle: il risultato è un’opera molto variegata, più pop e vicina ai gusti del pubblico, che alterna tracce convincenti a momenti meno ispirati, in un collage di colori, ben rappresentati dall’artwork della copertina.<br />
L’iniziale <em>Set Me On Fire</em>, dedicata all’amore per la musica e alle difficoltà di esprimersi, è il perfetto trait d’union con le sue produzioni precedenti: una semplice melodia pop, che si apre in un ritornello arioso; <em>Hello, Hello,</em> accattivante motivetto, dai toni jazzati e gospel passa ad un chorus tutto batterie e pianoforte. Ottima la scelta dei due singoli finora estratti: in <em>Unashamed Desire</em> si sentono la mano della Boucher e una lontana influenza di <strong>Tori Amos </strong>e<strong> Fiona Apple</strong> nel concitato uso del pianoforte ed è una prova inusuale e ben riuscita;<em> Everyone’s Waiting,</em> grande successo in madrepatria, è, al contrario, una tipica canzone alla Missy Higgins, languida e acustica, mi ricorda <strong>Jason Mraz </strong>e<strong> Sara Bareilles</strong>. <em>All In My Head</em> è l’acme: pianoforte, archi e la sua voce delusa e risentita nel raccontare una storia d’amore finita male; <em>Temporary Love</em>, invece, è un irritante e malriuscito brano senza capo né coda. Oltrepassati il blues pop di <em>Watering Hole</em> e l’allegro pop di <em>Tricks</em>, abbiamo il country alla <strong>Taylor Swift</strong> di<em> If I’m Honest</em> e la delicatezza di <em>Cooling Of The Embers</em>, sulla scia dei suoi esordi. Il finale schiera <em>Hidden Ones</em>, sognante e un po’ barbosa, e <em>Sweet Arms Of A Tune</em>, esempio perfetto di ciò che l’australiana potrebbe regalarci, se fosse liberata da fronzoli (cosa che, di fatto, avveniva in On A Clear Night).<br />
Troppa carne al fuoco: questo è il difetto principale di The Ol’ Razzle Dazzle, in alcuni momenti iperprodotto e poco credibile; Missy Higgins riesce, comunque, a muoversi con agilità e bravura tra i tanti (troppi) generi musicali presenti, riconfermandosi come un’autrice da seguire con attenzione. Ciò che manca a questo album è una melodia che la consacri nell’Olimpo delle songwriter indie-pop di nuova generazione.</p>
<p>Label: Vagrant Records<br />
Anno: 2012<br />
Tracklist</p>
<p>01 – Set Me On Fire<br />
02 – Hello, Hello<br />
03 – Unashamed Desire<br />
04 – Everyone’s Waiting<br />
05 – All In My Head<br />
06 – Temporary Love<br />
07 – Watering Hole<br />
08 – Tricks<br />
09 – If I’m Honest<br />
10 – Cooling Of The Embers<br />
11 – Hidden Ones<br />
12 – Sweet Arms Of A Tune</p>
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