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	<title>musicZoom &#187; real estate &raquo; musicZoom</title>
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		<title>Widowspeak &#8211; Almanac</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 12:22:38 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=11842' addthis:title='Widowspeak &#8211; Almanac '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-11843" title="572" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/02/572-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>Alcuni mesi fa, alla domanda su come Molly Hamilton, voce dei <strong>Widowspeak</strong>, avrebbe definito <em><strong>Almanac</strong></em>, la sua risposta fu: “Almanac è come muoversi all’interno di una vecchia e grande casa nei boschi con coperte stese su tutti i mobili, per poi toglierle all’improvviso”. Queste parole rappresentano perfettamente le atmosfere del secondo album in studio della band newyorkese: le classiche melodie folk e dream pop sono spezzate da chitarre elettriche, sebbene a troneggiare sia il timbro elegante e quasi distaccato della leader. La sua voce è l’elemento portante, tanto che è necessario ascoltare più volte questa loro nuova fatica per prestare, ogni volta, maggiore attenzione agli arrangiamenti, che si snocciolano in influenze che vanno dai film western anni 70 ai <strong>Cowboy Junkies</strong> per passare attraverso <strong>Neil Young </strong>e<strong> Hope Sandoval</strong>. Ognuna delle canzoni sembra appartenere ad una dimensione un po’ agreste, un po’ eterea, regalando la sensazione dolceamara della quiete dopo un temporale, o di una passeggiata fra campi. Non ci troviamo però di fronte a un album country né tantomeno traditional folk: i Widowspeak prediligono toni più scuri, che vanno da cavalcate di slide, a tinte noir e cupe, indie e melliflue, sotto l’ala del produttore Kevin McMahon (<strong>Real Estate, Titus Andronicus, Swans</strong>).<br />
Le prime tracce sono quelle che preferisco: l’iniziale <em>Perennials</em>, non a caso dopo un’ouverture con il suono della pioggia, si apre ad una melodia dreamy rock (l’elettrica mi ricorda <strong>Anna Calvi</strong>) interpretata magistralmente da Molly, con una purezza e delicatezza di toni che si avvicina a quelli di Nina Persson dei <strong>The Cardigans</strong>. <em>Dyed In The Wool</em> è emblema perfetto della musica della band: atmosfere acide e voce che rievoca paesaggi lontani dalla mente dell’ascoltatore; <em>The Dark Age,</em> forse il brano più rockeggiante dell’intero album, risente dell’influenza di Margo Timmins e dei suoi Cowboy Junkies; in <em>Thick As Thieves</em> compare il banjo, in una sorta di walzer sognante. Dopo l’inframezzo strumentale della title-track, <em>Ballad Of The Golden Hour</em> è un surf country rock orecchiabile alla <strong>Sheryl Crow</strong> di <strong><em>C’mon C’mon</em></strong>, a braccetto con Neil Young. <em>Devil Knows</em> mostra qualche segno di stanchezza: segue la scia delle precedenti e non è facilmente distinguibile. Forse questo è l’unico grande problema dei Widowspeak: la loro musica, pur non seguendo dettami precisi, spesso, si ritrova a ricalcare se stessa in un solo mood, e, quindi, in alcuni momenti, sembra di ascoltare un’unica canzone lungo tutto Almanac. <em>Sore Eyes</em> è un gangsta pop, alla <strong>Nancy Sinatra</strong>; <em>Locusts</em> richiama alla mente quei film western di serie B, riportati al successo dall’ultimo Tarantino e le atmosfere morriconiane; <em>Minnewaska</em>, parco naturale con cascata di fronte a cui è stata scattata l’immagine di copertina, è un folk alla <strong>Fleetwood Mac</strong>. Nel finale ci salutano <em>Spirit Is Willing</em>, spezzata nel chorus dai riff dell’altra metà del gruppo, Robert Earl Thomas, e <em>Storm King,</em> eterea e sognante e con un pastiche di suoni in continua evoluzione.</p>
<p>Label: Captured Tracks<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – Perennials<br />
02 – Dyed in the Wool<br />
03 – The Dark Age<br />
04 – Thick as Thieves<br />
05 – Almanac<br />
06 – Ballad of the Golden Hour<br />
07 – Devil Knows<br />
08 – Sore Eyes<br />
09 – Locusts<br />
10 – Minnewaska<br />
11 – Spirit is Willing<br />
11 – Storm King</p>
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		<title>Primavera Sound 2012 &#8211; LoG#3</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jun 2012 22:43:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Umberto Profazio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=7664' addthis:title='Primavera Sound 2012 &#8211; LoG#3 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><div id="attachment_7666" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-7666" title="shellac" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2012/06/shellac-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /><p class="wp-caption-text">Shellac</p></div>
<p>LoG#3 – Hay siempre claras</p>
<p>Non sarebbe stato giusto scrivere queste righe mentre eravamo ancora a Barcellona. E poi non ne avevamo tempo, dati i preparativi per la partenza, gli ultimi giri e le innumerevoli cose da vedere per tutta la città. Perchè il festival non è solo musica, ma è anche l&#8217;occasione per vedere, conoscere, annusare luoghi diversi. Per cui mi ritrovo oggi di nuovo a casa a cercare di trovare le parole per descrivere la serata di ieri, con ancora in testa i suoni, le emozioni e le suggestione della terza ed ultima serata del Primavera 2012. E con ancora al polso il suo braccialetto giallo fosforescente.<br />
Decidiamo di incamminarci lì verso le 20.20, perdendoci in tal modo gli<strong> Sleepy Sun</strong>, con grave dispiacere del sottoscritto. Ma non preoccupatevi, a quanto pare ci saranno date in Italia molto più presto di quanto pensiate per la band, giusto in tempo per non farvi rimpiangere quelle due righe in più che non vi sareste aspettati da me. Ma il tempo è poco, ed il Primavera non è mai stato una gara a chi arriva prima, ma a chi resiste di più. Per cui, memori delle scorse stagioni, e con addosso la stanchezza di una tre giorni senza sosta, ci intrufoliamo sotto il San Miguel per osservare, canticchiare e ballare le dolci e soffici melodie dei<strong> Kings of Convenience</strong>, accolti dall&#8217;entusiasmo di un gran tripudio di gente. Il duo norvegese, perfettamente assortito, sembra rievocare il più famoso duo <strong>Simon &amp; Garfunkel</strong> con ritornelli orecchiabili ed affascinanti, della serie “quiet is the new loud”. Le sensazioni più che positive vengono amplificate dall&#8217;ascolto sul prato, seduti, con la luce del tramonto a dare la giusta tonalità ad un live mozzafiato. Le tenebre stanno infatti per scendere ed a nulla vale il nostro lungo viaggio verso il Mini, dove ci attendono i <strong>Beach House</strong>. Ce li saremmo aspettati un po&#8217; più accesi ed entusiasti, specie in considerazioni degli ascolti passati, ma a quanto pare la modalità di Victoria Legrand è in completo down. I vocalizzi e le melodie non fanno presa sul pubblico, o quanto meno su di noi, ed un paio di tracce da sonno ci lanciano direttamente nelle braccia di Morfeo. Per scappare dalla trappola ci incamminiamo verso il Pitchfork, effettivamente snobbato per buona parte del festival da noi. I <strong>Real Estate</strong> sembrano rimproverarcelo, e le loro melodie indie-rock fanno presa e resuscitano una serata che sembrava essersi messa malino. Ma prima del passaggio al Pitchfork, dobbiamo segnalarvi una cosa curiosa: loro si chiamano <strong>Trud</strong> e si stavano esibendo all&#8217;Adidas Original durante il nostro rapido e breve passaggio. L&#8217;entusiasmo dei pochi presenti ci ha incuriosito, e ci siamo fermati per osservare l&#8217;evoluzione della situazione. Bene, se ci riuscite (poiché è veramente incomprensibile da dire a parole) pensate ad un misto tra <strong>New Order</strong> ed <strong>LCD Soundsystem</strong> ma cantati in russo. Da approfondire il prima possibile.<br />
Ciò che non va assolutamente approfondito è, a nostro avviso, il discorso sui <strong>Saint Etienne</strong> in cui ci siamo imbattuti ritornando verso il San Miguel. La band inglese non ci piace per niente, e quei pochi minuti in cui rimaniamo sotto il palco per approfondire il discorso su di loro ci sembra tempo sprecato. Il commento di Giovanna è lapidario: “Sembra una sagra di paese”.<br />
Il bilancio è quindi assolutamente in bilico e ci vorrebbe un miracolo per riattivare le scorte di energia ancora presenti nella riserva del nostro serbatoio. Il miracolo si chiama <strong>Shellac</strong>: la band di Steve Albini, al suo ennesimo concerto al Primavera (sempre presenti nelle ultime edizioni) ci si piazza davanti all&#8217;ATP sfoderando una meravigliosa esibizione: l&#8217;accoppiata micidiale <em>The end of radio – Crow</em> (tratta dal magistrale<strong><em> At Action Park</em></strong>) stende tutti, con ritmi martellanti e costanti e con sonorità distruttive. Alta scuola, alta classe. Così come nel caso degli<strong> Yo La Tengo</strong>, piazzati ancora una volta al Mini e risultati decisivi, assieme agli Shellac per il buon andamento della serata. Ecco uno di quei gruppi che volevamo assolutamente vedere e che siamo veramente orgogliosi di aver apprezzato dal vivo. Non una sbavatura, una precisione monumentale, un gusto classico per il rock accompagnato da frequenti falsetti e da una capacità chitarristica indubbia: Ira Kaplan sa come dare del tu al rumore, e questo a noi non può non piacere.<br />
Poi il vuoto. Lasciamo i <strong>Justice</strong> ed i <strong>Washed Out,</strong> altri li osserveranno per noi, al nostro posto. Lasciamo il Primavera e lasciamo Barcellona, grati per tutto quello che ci ha dato in tre indimenticabili giorni. Cancellando il vuoto che a volte scopriamo dentro noi stessi e che le note di questo festival hanno contribuito a colmare, a riempire, a lenire. Il vuoto di quando non c&#8217;è musica, non c&#8217;è armonia, non c&#8217;è allegria. Lo stesso vuoto di quei bicchieri di plastica per terra a fine serata, una distesa infinita che solo chi ha visitato il Primavera sa descrivere. Lo stesso vuoto che si inizia a sentire appena rientrati a casa, con in mente ancora vivide e chiare le scene del Festival e con il braccialetto ancora lì al suo posto in attesa di essere finalmente liberato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Frase del giorno: I apologize for 10.000 years of bad music, Steve Albini agli alieni.</p>
<p>Gruppo rivelazione: Yo La Tengo, perfetta chiusura per la tre giorni di Barcellona.</p>
<p>Scena del giorno: Una cliente si avvicina al bancone a chiedere se fanno claras, mitiche birre con limonata di Barcellona. La risposta della cameriera è da antologia e chiude le trasmissioni nel migliore dei modi: “Hay siempre claras”.</p>
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		<title>Woods &#8211; Sun And Shade</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 22:45:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=5597' addthis:title='Woods &#8211; Sun And Shade '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-full wp-image-5598" title="Woods" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2012/02/Woods.jpg" alt="" width="300" height="300" /> Qualche anno fa, Jeremy Earl era osannato in ogni dove, in quanto la <a href="http://www.woodsist.com/">Woodsist </a>è stata una delle etichette di riferimento per quello che si definiva shit-gaze, genere poi inserito nel mondo haunt-qualcosa e quindi comunque di stretta attualità indie. Aldilà della qualità scarsa di molte proposte partorite all’ombra del ex nuovo hype, il catalogo Woodsist è tra i pià validi: <strong>Ganglians, Real Estate, Kurt Vile, Moon Duo, Ducktails, Sun Araw, Crystal Stilts, Sic Alps, Pocahaunted</strong>, giusto per citare qualche nome, tutti con lavori importanti, aldilà delle cassette e dei 7”. E poi ci sono i <a href="http://www.myspace.com/woodsfamilyband"><strong>Woods</strong></a>. Sarà perché il gruppo del “capo”, sarà perché dietro la classica coltre “gaze” si sono sempre nascoste (ma neanche più di tanto) canzoni indie-folk di buona fattura, ma “incriminate” perché troppo canoniche,il gruppo non ha mai raggiunto l’hype generato dal resto della truppa, di casa Woodsist o altro. Un peccato, perché le idee sono sempre state chiare e valide e <strong><em>Sun And Shade</em></strong> è il loro migliore disco, con la dimensione lo-fi che viene in gran parte meno. Si è scritto di mid-fi e forse non a torto, ma ciò che rimane impresso è come la coppia Earl/Taverniere, sia ormai rodata e meriterebbe più riscontro di tante altre sensation posticce. <em>Out Of The Eye </em>e<em> Sol Y Sombra</em> sono le due cavalcate psichedeliche da far invidia ai migliori <strong>Oneida</strong>, incastonate tra pop/indie/folk song dotate di scrittura da brividi. <em>Pushing Onlys</em> è partenza che mette bene in pochi secondi, da far invidia al Mondanile (nelle vesti di Real Estate) più ispirato, <em>Any Other Day</em> è una scheggia pop/seventies dal gusto floreale, <em>Be All Be Easy</em> è un ispirato folk chitarra, voce e cassa rimbombante che strizza il cuore. Non che una sorta di patina da svacco estivo e sogni di notti di mezzi anni ottanta (ma anche settanta, in effetti) sia sparita, solo che non è un paravento per nascondere carenze di ogni tipo, ma ingrediente in più che intriga e appassiona. <em>Hand It Out</em> riprende il discorso iniziale e conduce verso “derivati” di quanto proposto, senza che ciò risulti un difetto, grazie ad ispirazione e creatività sempre “accese” (buona anche <em>Who Do I Think I Am</em>, cover di un brano di <strong>Terence Boylan</strong>) con lo strepitoso filotto finale, a partire dal folk intimista di <em>Wouldn’t Waste</em>, ad aumentare il dispiacere per le poche attenzione che Sun And Shade ha attirato. Rimediate subito.</p>
<p>Label: Woodsist/Goodfellas<br />
Anno: 2011</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01.Pushing Onlys<br />
02.Any Other Day<br />
03.Be All Be Easy<br />
04.Out Of The Eyes<br />
05.Hand It Out<br />
06.To Have In The Home<br />
07.Sol Y Sombra<br />
08.Wouldn’t Waste<br />
09.Who Do I Think I Am<br />
10.What Faces The Sheet<br />
11.White Out<br />
12.Say Goodbye</p>
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		<title>The Drums &#8211; Portamento</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 09:27:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giampaolo Cristofaro]]></dc:creator>
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<p>Se avete odiato i <a href="http://thedrums.com/"><strong>The Drums</strong></a> per quell’odioso fischiettio sparso tra le pubblicità dello scorso anno, non siete i soli. Se li avete amati…non siete soli lo stesso, dato che il debutto ha ottenuto consensi aldilà di ogni aspettativa. Con <strong><em>Portamento</em></strong> la solfa sembra la stessa: <em>Book Of Revelation</em> è musicalmente trascurabile, se non fosse per quel testo “maledetto” e, appunto, rivelatorio. Poi si vira verso i soliti lidi di spiagge inglesi improvvisamente assolate e fantasmi di ciò che sono stati Morrisey e Marr (<em>What You Were</em> e la seguente <em>Money</em>, ad esempio) tempo addietro ancora sono nell’immaginario collettivo. La sostanza di cui difettava il l’omonimo debutto, adesso appare, quasi a sorpresa e nonostante gli echi di derivatività generale (<em>Days</em> è prendere qualsiasi pop song dei <strong>Cure</strong>, svaccarla un po’ e via così) con l’ombra del pop à la <strong>Real Estate</strong> ad indicare la direzione. Pare stia diventando “addirittura” mainstream. Pierce e compagni sono comunque cresciuti. Nessuna rivoluzione (la ripetitività e la nu-wave fine anni 90 è ancora, purtroppo, di casa) con tanto d’epifania da riscoperta di un gruppo destinato a grandi cose, ma nemmeno pura spazzatura. Certo, <em>Hard To Love </em>e<em> I Don’t Know To Love</em> non sono proprio i giusti argomenti a sostengo di questa tesi, ma poi ci pensa <em>Searching For Heaven</em> a cambiare totalmente registro e, perlomeno, a sospendere la mannaia stroncatrice, ancora in sospeso. Si vedrà.</p>
<p>Label: Moshi Moshi/Cooperative Music<br />
Anno: 2011</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01.Book Of Revelation<br />
02.Days<br />
03.What You Were<br />
04.Money<br />
05.Hard To Love<br />
06.I Don’t Know How To Love<br />
07.Searching For Heaven<br />
08.Plase Don’t Leave<br />
09.If He Likes It Let Him Do<br />
10.I Need A Doctor<br />
11.In The Cold<br />
12.How It Ended</p>
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		<title>Real Estate &#8211; Days</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 16:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giampaolo Cristofaro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Matthew Mondanile/Ducktails è uno degli esponenti migliori della torrentizia, e spesso poco incisiva, invasione hypnagogica. In realtà, dentro categorie come glo-fi o shitgaze ci finiscono dischi e artisti che &#8211; aldilà di un comune guardare “al passato”, magari non vissuto -  non appartengono agli stessi mondi sonori e, quindi, è un bene che, in fondo, &#8230; </p><p><a class="more-link block-button" href="https://www.musiczoom.it/?p=3922">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=3922' addthis:title='Real Estate &#8211; Days '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-3923" title="real estate" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2011/12/real-estate-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /><strong></strong></p>
<p>Matthew Mondanile/<strong>Ducktails</strong> è uno degli esponenti migliori della torrentizia, e spesso poco incisiva, invasione hypnagogica. In realtà, dentro categorie come glo-fi o shitgaze ci finiscono dischi e artisti che &#8211; aldilà di un comune guardare “al passato”, magari non vissuto -  non appartengono agli stessi mondi sonori e, quindi, è un bene che, in fondo, tutto ciò abbia permesso a persone come Matthew o <strong>Ariel Pink</strong>, o al giro Not Not Fun e Sacred Bones di “svettare” anche oltre le previsioni. In questo caso, il progetto <a href="http://www.myspace.com/realestate"><strong>Real Estate</strong></a> vede Mr. Mondanile declinare i suoi ghirigori rustico/psichedelici in chiave pop, tra garage e power pop da nuovo millennio, assieme a Martin Courtnet dei<strong> Titus Andronicus</strong>, Etienne Duguay e Alex Bleeker. Il debutto omonimo, a dispetto di dubbi e riserve, si è rivelato una delle migliore uscite Woodsist del 2009 e ora, <strong><em>Days</em></strong>, è il debutto su Domino, casa discografica che dovrebbe garantire (ed in effetti è così) al gruppo una maggiore diffusione. Forse in virtù di questo, la direzione musicale scelta è all’insegna di un “more of the same” che non riesce a ricatturare le fresche intuizioni del debutto, né la stessa svaccata vitalità. La parola “novità” non la si poteva spendere neanche per il primo disco in realtà, ma nel caso di Days, limati pure i pochi spigoli di un suono a base di chitarre a groviera, jingle jangle e una chiave compositiva posta in quel regno di nessuno tra lo-fi e mainstream, restano intatti piacevolezza di fondo e il calore da tramonto di un giorno d’inizio autunno (<em>Green Aisles </em>e<em> Out Of Tune</em> si possono solo amare) il tutto teso però a formalizzare una maggiore coesione tra ogni pezzo, scontando, inevitabile, una sorta di monotonia che lascia troppo amaro in bocca se con il debutto era stato amore a primo ascolto.</p>
<p>Label: Domino/Self<br />
Anno: 2011</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01.Easy<br />
02.Green Aisles<br />
03.It’s Real<br />
04.Kinder Blumen<br />
05.Out Of Tune<br />
06.Municipality<br />
07.Wonder Years<br />
08.Three Blocks<br />
09.Younger Than Yesterday<br />
10.All The Same</p>
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