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		<title>M.I.A. &#8211; Matangi</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2013 16:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Valchera]]></dc:creator>
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M.I.A. ha ampliato la scelta di produttori che l’hanno accompagnata in questo viaggio: i primi rumors parlavano di <strong>Pharrell, Swizz Beatz, Polow Da Don</strong>, maestri nel creare beats hip hop di successo, ma, nessuno di questi nomi è presente in Matangi. La selezione è ricaduta sul collaboratore storico <strong>Switch</strong>, qui, in forma smagliante, e su <strong>Danja, Hit-Boy, Surkin</strong> e altri nomi minori e indie-pendenti. Il singolo apripista <em>Bad Girls</em>, uscito, ormai, più di un anno fa, è la traccia più pop di Matangi, ma rimane ancora irresistibile: quel suo ritmo orientaleggiante e la frase “Live fast, die young/Bad girls do it well” si imprimono nella mente e, ascoltandoli, sembra sempre di rivedere le quattro adolescenti sbandate di <strong><em>Spring Breakers</em></strong> di <strong>Harmony Korine</strong> o il gruppo di giovani ladri di The Bling Ring della Coppola. Ma M.I.A. guarda moltissimo alle sue radici: la title track, uno degli highlights dell’album, con il suo sapore bollywoodiano, è un frammentato elenco di paesi mondiali su un beat sincopato che, non solo dimostra in quanti si ispirino alla sua musica (<strong>Santigold, Azealia Banks</strong>), ma ricorda da vicino <em>Bird Flu; Only 1 U </em>e<em> aTENTion</em>, invece, si rifanno al debutto <strong><em>Arular</em></strong>, con un mix, maggiormente riuscito nella prima, di elettronica e dancehall. <em>Come Walk With Me</em> è una solare danza indiana orecchiabilissima, prima della sua trasformazione che ben si rifà alla definizione che M.I.A. aveva dato per descrivere Matangi:<strong> Paul Simon</strong> sotto acidi. Ci sono, anche, frequenti incursioni nell’hip hop: la potente <em>Warriors</em> richiama<em><strong> Watch The Throne</strong></em> di <strong>Jay-Z </strong>e<strong> Kanye West</strong> in salsa orientale (il produttore Hit-Boy, non a caso, è lo stesso); la doppia e soave collaborazione con <strong>The Weekend</strong> in <em>Exodus/Sexodus</em>, in cui indossa le vesti di un’artista r’n’b; l’aggressiva e riuscita <em>Bring The Noize</em> e la critica a <strong>Drake</strong> in <em>Y.A.L.A.</em>, parodia di YOLO del rapper (“You Only Live Once”), in cui il beat oscuro e scarno – sullo stile di <strong><em>Yeezus</em></strong> dell’ultimo West – accompagna liriche quali “If you only live once/Why do we keep doing the same shit?/ Back home, where I come from, we keep being born again and again”. Non mancano il reggae dancehall di <em>Double Bubble Trouble</em>, né l’esperimento rarefatto di <em>Lights</em>, così tanto Santigold, da non poter distinguere le due.<br />
Matangi riconferma che M.I.A. ha qualcosa di più di molte altre sue colleghe della scena attuale: un desiderio continuo di sperimentare e di rompere le barriere tradizionali che ci regala un ottimo lavoro e un’artista ormai inconfondibile e originale.</p>
<p>Label: Interscope<br />
Anno: 2013</p>
<p>Track list</p>
<p>01. Karmageddon<br />
02. MATANGI<br />
03. Only 1 U<br />
04. Warriors<br />
05. Come Walk With Me<br />
06. aTENTion<br />
07. Exodus<br />
08. Bad Girls<br />
09. Boom Skit<br />
10. Double Bubble Trouble<br />
11. Y.A.L.A.<br />
12. Bring The Noize<br />
13. Lights<br />
14. Know It Ain’t Right<br />
15. Sexodus</p>
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		<title>Skylar Grey &#8211; Don’t Look Down</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jul 2013 17:39:24 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=14604' addthis:title='Skylar Grey &#8211; Don’t Look Down '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-full wp-image-14605" title="DontLookDownAlbumCover" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/07/DontLookDownAlbumCover.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>Quasi due anni dopo la diffusione di quello che sarebbe dovuto essere il singolo apripista, <em>Invisible</em>, scomparso dalla tracklist finale, <strong>Skylar Grey</strong> è riuscita, finalmente, a pubblicare il suo nuovo, secondo album, <strong><em>Don’t Look Down</em></strong>.  Il suo esordio del 2006 <strong><em>Like Blood Like Honey</em></strong> era passato del tutto inosservato: ma la ventisettenne Holly Brook Hafermann non si è data per vinta e in questi anni è divenuta una nota songwriter di brani di successo, come <em>Love The Way You Lie</em>, hit mondiale di <strong>Eminem</strong> con il featuring di <strong>Rihanna</strong>. Proprio il celebre rapper bianco ha preso sotto la sua ala protettiva Skylar, collaborando alla produzione dell’album, insieme al fido compagno di lei, <strong>Alex Da Kid </strong>e<strong> J.R. Rotem</strong>. Citando tra le sue influenze musicali <strong>Joni Mitchell, Marilyn Manson</strong> e i <strong>Death Cab for Cutie</strong>, nei mesi scorsi Don’t Look Down era stato annunciato come un lavoro commerciale ma al contempo di avanguardia, melanconico, cinematico, e, a tratti, dark. In realtà ci troviamo di fronte a un album prevalentemente pop, composto di numerose ballate al pianoforte sporcate (per non dire rovinate) da batterie hip hop, tra una <strong>Sara Bareilles</strong> meno solare,  una <strong>Amy Lee</strong> meno funerea e un <strong>Avril Lavigne</strong> meno squillante e più cresciuta. La Grey cerca di barcamenarsi tra i numerosi featuring e questa ostentata tristezza di fondo, anche nelle liriche, appare per nulla sincera: Don’t Look Down è un assembramento di brani perfetti per relazioni finite male ma nulla di più, uno scontato pacchetto di toni trascinati, quasi a voler rendere ogni singola parola una lama affilata.<br />
Si parte con <em>Back From The Dead</em>, con i featuring del rapper <strong>Big Sean</strong> e del batterista dei <strong>Blink 182</strong>, Travis Barker: ballata al pianoforte, contrassegnata da un ritornello hip hop, simile alle produzioni dei primi anni Duemila di <strong>Timbaland</strong>, che si risolleva un po’ con la strofa di Big Sean, ma stride con la vocina della Grey. <em>Final Warning</em>, uno dei potenziali singoli, è il brano di gran lunga migliore dell’album: sorretto da una chitarra acustica e da liriche risentite verso un amante violento, la crudezza delle immagini create contrasta positivamente con la placidità della struttura musicale (You keep throwing punches but you won&#8217;t win this fight/You&#8217;re just fucking yourself when you don&#8217;t read the signs/I&#8217;m going to the kitchen, coming back with a knife/ &#8216;Cause i&#8217;ve had enough this time). <em>Wear Me Out</em> è uno swing pop pianistico risentito migliaia di volte; <em>Religion</em> è una scopiazzatura, condita con le solite pulsazioni black, di <strong>Taylor Swift</strong> o della Lavigne. <em>C’Mon Let Me Ride</em>, con un sample – ahinoi – di <em>Bicycle Race</em> dei <strong>Queen</strong>, vanta la collaborazione di Eminem: teoricamente concepita come quello che sarebbe dovuto essere il brano di successo, fortunatamente è stata snobbata da tutte le charts. Seguendo la falsa riga di <em>Stupid Girls</em> di <strong>P!nk</strong>, anche nel videoclip, è un tremendo tentativo hip pop di parodia dei luoghi comuni della black e pop music, tutto giocato sulla sfera sessuale, a partire dalla bicicletta del titolo. Imbarazzante e da dimenticare al più presto. Le successive <em>Sunshine </em>e<em> Pulse</em> scorrono via senza lasciare nulla: forse la seconda è leggermente più identificabile per un’aura di “mistero”, anche se molto plastificato. <em>Glow In The Dark</em> si risolleva un po’ con gli archi che arricchiscono la medesima struttura pianoforte- strumentali hip hop alla <strong>Dr. Dre.</strong> <em>Shit, Man!</em>, in compagnia della rapper <strong>Angel Haze</strong>, non si allontana dalle atmosfere di tutto ciò che abbiamo finora ascoltato, così come <em>Clear Blue Sky</em>, dove a cantare sembra Rihanna. <em>Tower (Don’t Look Down)</em> lambisce i territori del pezzone pop rock FM, retto da chitarre elettriche, mentre la conclusiva <em>White Suburban</em> è una ballata acustica solo retta dal pianoforte (<strong>Sarah McLachlan</strong> docet), senza orpelli di alcun tipo, che ci mostra che la ragazza ha talento, ma che, almeno in questo Don’t Look Down, è stato usato male.</p>
<p>Label: Interscope<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – Back from the Dead<br />
02 – Final Warning<br />
03 – Wear Me Out<br />
04 – Religion<br />
05 – C’mon Let Me Ride<br />
06 – Sunshine<br />
07 – Pulse<br />
08 – Glow in the Dark<br />
09 – Shit, Man!<br />
10 – Clear Blue Sky<br />
11 – Tower (Don’t Look Down)<br />
12 – White Suburban</p>
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		<title>OneRepublic &#8211; Native</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 15:30:17 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=12649' addthis:title='OneRepublic &#8211; Native '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-full wp-image-12650" title="onerepublic" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/03/onerepublic.jpg" alt="" width="225" height="225" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>Ogni volta che i <strong>OneRepublic</strong> pubblicano un nuovo album, scatta in me il gioco di rintracciare somiglianze con brani di altri autori, che, in alcuni casi, si spingono al limite del plagio. Questo, purtroppo, accade anche con il loro terzo lavoro, <em><strong>Native</strong></em>: le nuove melodie intessute dal leader Ryan Tedder, noto produttore di dive quali <strong>Beyoncé, Kelly Clarkson, Leona Lewis</strong>, si presentano già sentite, deboli, troppo mainstream, un difetto che l’anno scorso ha riguardato anche l’ultimo album dei <strong>Maroon 5</strong>, <em><strong>Overexposed</strong></em>. Dopo il grandissimo successo di <em>Apologize</em> con il featuring del produttore hip hop <strong>Timbaland</strong>, e un esordio, <strong><em>Dreaming Out Loud</em></strong> (2007), ricco di ballate rock alla <strong>U2 </strong>o<strong> Snow Patrol</strong>, il successivo <strong>Waking Up</strong> (2009) coniugava pop da classifica (<em>Good Life</em> ne è un esempio perfetto) con arrangiamenti orchestrali interessanti, a volte eccessivi e barocchi, producendo, finora, il loro risultato migliore. Native, al contrario, è meno ispirato: si coglie l’impressione che la band di Colorado Springs abbia voluto abbracciare ogni forma di pop degli ultimi mesi, anche le meno ispirate, riunendole in un calderone, retto solo dalle belle interpretazioni di Tedder. Ciò che si ascolta per un’ora è puro mestiere: di sentimenti genuini ve ne sono pochi, e anche i brani più posati, in cui la band eccelleva, risultano falsi, scontati, di “plastica”. Descritto come un’evoluzione della loro musica, bisogna solamente sperare che i OneRepublic intraprendano una nuova strada e non proseguano questa, fatta di strumentazioni allegre e ricche di sintetizzatori, sulla scia degli ultimi <strong>Coldplay</strong> del tremendo <em><strong>Mylo Xyloto</strong></em> (2011).<br />
Si parte con <em>Counting Stars</em>, motivetto leggerino che rivela dopo poche iniziali note che ci troviamo di fronte ad un riadattamento di <em>Drive By</em> dei <strong>Train</strong>, già di per sé imbarazzante, arricchito, si fa per dire, da un bridge sconnesso con il resto della composizione. Si prosegue con i due singoli estratti fino a questo momento: <em>If I Lose Myself,</em> giocata sui sintetizzatori sull’esempio di <em>Human</em> dei <strong>The Killers</strong>, è la classica canzone che potrebbe scalare le charts senza infamia e senza lode, mentre <em>Feel Again</em> è una scopiazzatura malriuscita di <em>Dog Days Are Over</em> di <strong>Florence + The Machine</strong>, coniugata con il loro uso classico della batteria, ma ha dalla sua un chorus immediato, che la solleva dal piattume che seguirà nella tracklist. <em>What You Wanted</em> è un miscuglio di suoni anni Ottanta e sintetizzatori in una pseudo ballata scialba e ripetitiva; <em>I Lived</em>, quasi convincente nelle strofe, si macchia con un bridge che è palesemente ripreso da Chris Martin, mostrando, per l’ennesima volta, poca creatività e molta faccia tosta. Dopo il breve barlume costituito da <em>Light It Up</em>, primo brano di Native in cui facciano capolino chitarre rock, e la tipica ballata al pianoforte e cello <em>Au Revoir</em>, sullo stile del loro precedente lavoro, separate dall’insulsa <em>Can’t Stop</em>, che sembra una demo che Tedder avrebbe dato alla Lewis e che lei avrebbe, sicuramente, rifiutato, il finale ci riserva veramente delle brutte sorprese. <em>Burning Bridges</em> è un auto plagio: sembra di ascoltare una nuova versione peggiorata del loro ultimo successo, <em>Good Life</em>. <em>Something I Need</em> è inascoltabile, tanto che ci si chiede come sia possibile che ci siano voluti più di tre anni per produrre un brano così scontato nelle liriche e negli arrangiamenti. <em>Preacher</em>, dopo un’intro di archi, è la classica ballata alla OneRepublic, sognante e romantica, con Tedder che fa il suo compitino vocale, accompagnato da un coro gospel col tentativo di rendere più soul il tutto. Ma di soul, di anima, c’è poco, anche nella brevissima e conclusiva <em>Don’t Look Down</em>.<br />
Paradossalmente nella deluxe edition di Native si trovano due brani piacevoli, quali <em>Something’s Gotta Give</em>, in cui c’è un sapiente uso dell’elettronica, e la più tradizionale <em>Life In Color</em>, nella campagna pubblicitaria di Ralph Lauren, che ci aveva fatto sperare, alcuni mesi fa, per un buon album. In più sono presenti versioni acustiche di tre brani presenti nella standard che rivelano, se ce ne fosse il bisogno, quale sia la strada che i OneRepublic dovrebbero intraprendere.</p>
<p>Label: Interscope<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist</p>
<p>01 – Counting Stars<br />
02 – If I Lose Myself<br />
03 – Feel Again<br />
04 – What You Wanted<br />
05 – I Lived<br />
06 – Light It Up<br />
07 – Can’t Stop<br />
08 – Au Revoir<br />
09 – Burning Bridges<br />
10 – Something I Need<br />
11 – Preacher<br />
12 – Don’t Look Down<br />
13 – Something’s Gotta Give<br />
14 – Life In Color<br />
15 – If I Lose Myself (Acoustic)<br />
16 – What You Wanted (Acoustic)<br />
17 – Burning Bridges (Acoustic)</p>
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