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	<title>musicZoom &#187; grizzly bear &raquo; musicZoom</title>
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		<title>Houndstooth – Ride Out The Dark</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Sep 2013 16:07:37 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=15277' addthis:title='Houndstooth – Ride Out The Dark '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-15278" title="Houndstooth" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/09/Houndstooth-297x300.jpg" alt="" width="297" height="300" />a cura di <strong>Max Sannella</strong></p>
<p>Pur  essendo di Portland, terra che potrebbe suggerire incanti neo-folk,  gli <strong>Houndstooth</strong>, quintetto variegato per quanto riguarda la provenienza ma con base fisica nell’Oregon, si dedicano ad un dream-psich di delicata e notevole stoffa frammisto a lampi “on the road” che avvolgono subito come dentro una camera dei sogni, una logica umile e decisa che li inserisce a mano tesa tra le novità più calzanti di questo 2013.<br />
<em><strong>Ride Out The Dark</strong></em> dissemina al suo passaggio un sound convincente e di sottofondo, tra nostalgie anni Settanta e improvvise capacità erranti, vicino al dream-pop di marca e abbastanza lontano dalle spiccate ed incalzanti spinte modaiole di suggestione, brani e armonie quasi sempre in punta di piedi e modula con una franchezza allucinante, semplice e visionaria come nelle meglio avventure dei <strong>Grizzly Bear</strong> e affini; registrato in una baita a distanza debita dai fragori cittadini, il disco è un quaderno di appunti preziosi, cantati con grazie e avvenenza, lòiriche e colori strumentali che si sciolgono in melodie carezzevoli da palinsesti FM, un viaggio mentale che non si ferma se non alla fine della tracklist se la si vuole far finire meccanicamente.<br />
L’alchimia degli Houndstooth sta nel restare appesi ai suoni, sta nel navigare in un progetto senza malizia commerciale e privandosi totalmente degli sterili aggiustamenti modaioli, la loro è una continua suggestione etera che accarezza i sensi e invoglia alla delizia d’ascolto, un album semplice ed innocente che ha i suoi cardini spiazzanti nell’andamento frizzantino di <em>Baltimore, Bee Keeper</em>, tra il vento che scompiglia i capelli <em>Wheel On Fire</em>, a galleggio nel lisergico <em>Francis</em> fino a captare la murder ballad <em>You Wan’t See Me</em> che nella sua spasmodica sensualità maledetta ti prende per il cuore e te lo strappa via d’un colpo.<br />
Disco intrigante e “biologico”, lasciatevi per una volta cullare dalla poesia.</p>
<p>Label: No Quarter<br />
Anno: 2013</p>
<p>Tracklist:<br />
1. Thunder runner<br />
2. Batimore<br />
3. Canary Island<br />
4. Bee keeper<br />
5. Strangers<br />
6. New illusion<br />
7. Wheel on fire<br />
8. Francis<br />
9. Don’t  know you<br />
10. You won’t see me</p>
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		<title>Caroline Keating &#8211; Silver Heart</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 18:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=12171' addthis:title='Caroline Keating &#8211; Silver Heart '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img class="alignleft size-medium wp-image-12172" title="caroline-keating-silver-heart" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2013/02/caroline-keating-silver-heart-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />a cura di <strong>Marco Valchera</strong></p>
<p>Dopo aver pubblicato un Ep nel 2008, <strong>Caroline Keating</strong> è pronta per il suo debutto musicale con l’album <em><strong>Silver Heart</strong></em>. L’artista canadese, originaria del Québec, rivela una sviluppata vena artistica, che si appoggia, per lo più, su composizioni al pianoforte e su un timbro vocale che hanno spinto la critica a definirla il punto di incontro tra i virtuosismi pianistici di <strong>Regina Spektor</strong> e l’eleganza formale della conterranea <strong>Feist</strong>. Trovandoci di fronte a due mostri sacri della musica al femminile degli ultimi anni, la Keating richiama, secondo me, più la prima che la seconda: le analogie con la pianista russa sono evidentissime, soprattutto nel creare arrangiamenti cerebrali e spezzati, con note che si riavvolgono su se stesse o che danno vita a canzoni nelle canzoni, tipico marchio di fabbrica della Spektor. Spingendoci più in là con le influenze, si potrebbe citare anche<strong> Tori Amos</strong>, solo quella degli esordi, con cui Caroline condivide il gusto della centralità del pianoforte, anche se non arriva a lambirne la forza espressiva ed emotiva. Prodotto da Drew Malamud (<strong>Metric, Stars, Grizzly Bear</strong>) Silver Heart vede la collaborazione di numerosi musicisti della scena indie attuale, che arricchiscono ancor di più, se possibile, la struttura delle composizioni, ma non oscurano l’estro della giovane: il batterista Jeremy Gara degli <strong>Arcade Fire</strong>, il violinista Sebastian Chow degli <strong>Islands</strong>, Chris Seligman degli <strong>Stars</strong> al corno francese.<br />
L’album rivela, lungo le dieci tracce, una forte ispirazione, tanto che è difficile incontrare momenti meno interessanti rispetto ad altri, rivelando la grande vulnerabilità e sensibilità dell’artista: l’opener <em>Silver Heart</em>, sorretta da piano e violoncello incanta e segue la scia di un’altra giovane pianista olandese, <strong>Laura Jansen</strong>; in <em>Ghosts</em> sembra di ascoltare <strong>Kate Nash</strong>, quando si siede al pianoforte e rifà il verso alla Spektor, prima di aprirsi in un ritornello arioso e risentito, in perfetto stile Amos. <em>They Say</em> è una ballata sognante e malinconica che mi ricorda <em>Hands</em> di <strong>Jewel</strong> o l’ultima <strong>Sara Bareilles</strong>; in <em>The Pier</em> fanno la loro entrata chitarre elettriche e mellotron e la Keating mostra maggiore forza e determinatezza, e, pur rimanendo fedele ad una personalità ben definita, questa canzone non avrebbe sfigurato in uno dei capolavori degli anni Novanta di<strong> Sheryl Crow</strong>. Dopo la ballata romantica <em>Lusty Dusty</em>, <em>Billy Joel</em>, dedicata all’autore di <em>New York State Of Mind</em> (citata anche nel testo), è talmente spektoriana che sembra di ascoltare uno dei tantissimi demo inediti che la pianista di base newyorchese esegue dal vivo. I ritmi si allentano, di nuovo, con la dolce <em>So Long, Solange</em>, solo piano e violoncello, creando una delle migliori performance della Keating. <em>One</em> si apre come una melodia di <strong>Agnes Obel</strong> e prosegue con una serie di piccole pause e ripetizioni nelle liriche che ne impreziosiscono la struttura; <em>Gatsby</em>, ispirata dal protagonista del capolavoro di Fitzgerald, ricalca la struttura della precedente, con una strofa fluida e un chorus spezzato. La conclusiva <em>Montreal</em>, sentito omaggio alla propria città, mette in scena una serie di sentimenti contrastanti, chiudendo un album piacevole e variegato.<br />
Silver Heart è una grande sorpresa: rivela al pubblico una giovane promessa del cantautorato alt-pop, nella quale confluiscono moltissime artiste, forse più note, ma, non per questo, più talentuose. Caroline Keating è, senza dubbio, un nome da tenere d’occhio nei prossimi anni.</p>
<p>Label: Glitterhouse Records<br />
Anno: 2012</p>
<p>Tracklist</p>
<p>1. Silver Heart<br />
2. Ghosts<br />
3. They Say<br />
4. The Pier<br />
5. Lusty Dusty<br />
6. Billy Joel<br />
7. So Long, Solange<br />
8. One<br />
9. Gatsby<br />
10. Montreal</p>
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		<title>Il ritorno dei Beachwood Sparks</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 17:49:35 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='https://www.musiczoom.it/?p=8742' addthis:title='Il ritorno dei Beachwood Sparks '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><div id="attachment_8743" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-8743" title="beachwood sparks" src="http://www.musiczoom.it/wp-content/uploads/2012/07/beachwood-sparks-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Beachwood Sparks</p></div>
<p>Venuti fuori dalla scena di Los Angeles nel 2000 come portatori sani di quel suono che <strong>Gram Parsons</strong> definiva “cosmic American music”, i <strong>Beachwood Sparks</strong> tornano dopo dieci anni di silenzio con un nuovo album in studio chiamato <strong><em>The Tarnished Gold</em></strong>. Precursori di quello che <strong>Fleet Foxes, Bon Iver </strong>e<strong> Grizzly Bear</strong> hanno recentemente sviluppato, i Beachwood Sparks mettono insieme la line-up originale e registrano questo album con l’aiuto di illustri colleghi e amici tra cui anche l’indie-rock hero locale <strong>Ariel Pink</strong>. Per rendere un’idea sulle inebrianti melodie che pervadono The Tarnished Gold, figlie della fine ’60 inizio ’70,  Brent Rademaker, membro fondatore del gruppo, ha una chiara idea “…è come essere sotto un cielo blu cobalto e odorare il gelsomino in un bellissimo giorno di primavera a Los Angeles.”</p>
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